Nessuna tassazione senza traduzione

Cari amici,

Farà sicuramente discutere la Sentenza del Tribunale dell'Unione europea in merito al regime linguistico per i bandi di concorso comunitari adottato dalla Commissione europea.

I fatti

Il 28 febbraio 2007 l’Ufficio di selezione del personale delle Comunità europee (EPSO) pubblicava dei bandi di concorso ai fini della costituzione, da un lato, di un elenco di riserva destinato a coprire posti vacanti all’interno delle istituzioni per amministratori nel settore dell’informazione, della comunicazione e dei media e, dall’altro, di un elenco di riserva destinato a coprire posti vacanti all’interno delle istituzioni per assistenti nel settore della comunicazione e dell’informazione. Questi bandi erano stati pubblicati nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea solo in lingua francese, inglese e tedesca.

L’Italia aveva chiesto l'annullamento di questi bandi, ricevendo pronunciamento positivo nel 2008. La sentenza del 13 settembre, però, capovolge la decisione del 2008.

Effetti

La sentenza del Tribunale, contro cui l’Italia ha già annunciato ricorso, potrebbe avere gravi ripercussioni sul regime linguistico comunitario. Senza entrare nei dettagli tecnici della sentenza, emergono almeno tre punti chiave.

1. Essa rafforza la politica deliberata della Commissione europea di imporre un’oligarchia linguistica nella comunicazione europea, in assenza di ogni esplicito dibattito pubblico e senza che vi sia alcuna chiara scelta politica degli stati membri in tal senso. Si tratta della politica del fatto compiuto. Esempi recenti della rotta seguita dalla Commissione sono il bando dell'EPSO del 2010 e il brevetto comunitario. Si tratta di una tendenza che si è rafforzata dopo l’allargamento del 2004 e che mirerebbe, in teoria, a contrastare l’egemonia dell’inglese. L’effetto ottenuto, tuttavia, è opposto, perché i paesi esclusi (il più delle volte per ripicca) tendono ad appoggiare un regime anglofono piuttosto che uno trilingue. È una guerra che, a termine, avvantaggia anzitutto gli stati membri anglofoni.

2. La sentenza mina in profondità la legittimità della prassi multilingue nell’Unione. Al punto 73, infatti, si sostiene che “i numerosi riferimenti nel Trattato CE all’uso delle lingue non possono essere considerati come la manifestazione di un principio generale di diritto comunitario che garantisca a ogni cittadino il diritto a che tutto quello che potrebbe incidere sui suoi interessi sia redatto nella sua lingua in qualunque circostanza". Questa conclusione legittima in generale l’adozione di un regime linguistico asimmetrico, in cui alcune lingue sono più uguali delle altre, senza prevedere nessun tipo di compensazione per le comunità linguistiche escluse. Il Tribunale serve alla Commissione una giustificazione d’oro per perseguire con una politica linguistica oligarchica o monarchica.

3. Al punto 79, inoltre, il Tribunale sentenzia che “la giurisprudenza secondo la quale la circostanza che documenti indirizzati dall’amministrazione ad uno dei suoi funzionari siano redatti in una lingua diversa dalla lingua madre di tale funzionario o dalla prima lingua straniera scelta dallo stesso non costituisce alcuna violazione dei diritti di tale funzionario, se egli possiede una padronanza della lingua utilizzata dall’amministrazione tale da consentirgli di acquisire effettivamente e facilmente conoscenza del contenuto dei documenti in questione. Tale conclusione è parimenti valida riguardo ad un atto indirizzato all’insieme dei funzionari o dei candidati a una procedura di selezione, quale un bando di concorso".

In altre parole, lo studio, l'apprendimento e la conoscenza di una lingua straniera giustifica la negazione del diritto ad essere informato nella propria lingua. È questo forse l’effetto più perverso della sentenza. Mentre la conoscenza di una lingua straniera dovrebbe essere qualcosa che si aggiunge alla padronanza della propria lingua materna, essa diventa sostitutiva. Come dire: poiché hai imparato l’inglese, allora non serve più che ti forniamo informazioni in spagnolo. Una evidente assurdità.

Conclusioni

Di fronte a queste violazioni così palesi del semplice buon senso, i cittadini comunitari non possono restare passivi. Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e alle istituzioni, e tutti pagano le tasse allo stesso modo.

  • Risulta quindi difficilmente comprensibile perché la maggioranza degli europei dovrebbe accettare passivamente che una minoranza della popolazione europea goda del privilegio di accedere ai documenti europei nella propria lingua, mentre la maggioranza ne resta esclusa.
  • Inoltre, non è ammissibile che una minoranza abbia il privilegio di poter sentirsi esente dall’obbligo di studiare le lingue straniere, mentre quest’obbligo si applica per la maggioranza.
  • Infine, è assurdo che l'apprendimento di una lingua seconda diventi un valido motivo per privare le persone dell’accesso alla documentazione della propria lingua madre.

Se le istituzioni europee attuano una discriminazione fra cittadini/contribuenti sulla base della lingua, è giusto chiedersi se gli esclusi abbiano ancora il dovere di contribuire al loro finanziamento. È legittimo quindi chiedersi se non sia il caso che la maggioranza degli europei inizi a rifiutarsi di pagare le tasse necessarie al funzionamento delle istituzioni europee, seguendo il principio "nessuna tassazione senza traduzione".

Tremonti: usare la TV di stato per imporre l'inglese

Cari amici,

Il Ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ha recentemente sostenuto a che la televisione di stato (la RAI) dovrebbe essere utilizzata usata per insegnare l'inglese agli italiani fin dall'infanzia. Si tratta di imporre l'inglese nei programmi RAI, abolire il doppiaggio dei film e trasmettere cartoni animati in inglese (dimenticando che la maggior parte dei cartoni animati in programmazione in Italia sono giapponesi).

Si tratta di una posizione nata in seno all'ASPEN Institute Italia, di cui Tremonti è presidente, già nel settembre 2009 (si veda Corriere della Sera del 29 settembre 2009, pagina 37). Si noti che l'ASPEN Insitute è un'organizzazione non-profit statunitense.

Si rafforza quindi la tendenza verso anglificazione della comunicazione in Italia, rafforzata dalle recenti misure in materia di lingue nel sistema scolastico e all'università.

Tremonti sostiene che una politica di questo tipo sarebbe anche uno strumento di giustizia sociale perché "I figli dei ricchi imparano l'inglese in famiglia, perché li' conoscono l'inglese, oppure all'estero. Ma gli altri?". Si tratta di un argomento fallace. Paesi come la Germania sono riusciti a ottenere ottimi risultati in materia di insegnamento dell'inglese senza necessariamente abolire il doppiaggio. Il segreto sta ovviamente nell'investimento nella scuola, mentre le risorse per la scuola in Italia sono state ridotte. La verità è che in Tremonti sta tentando di utilizzare lo strumento televisivo per sopperire al calo di risorse investite nella scuola.

Abbiamo già espresso la nostra idea sull'inutilità di abolire il doppiaggio. Basti ricordare che

1. È un falso problema. Chi vuole approfondire una lingua straniera tramite la TV può benissimo collegarsi con la parabola e il digitale terrestre alle TV di altri paesi. I nostri amici nei Balcani hanno imparato l’italiano guardando la RAI, non la loro TV senza doppiaggio. Poi ci sono i pigri che non vogliono guardare le TV estere, ma questo è un altro problema. La BBC per esempio, offre già un servizio di sottotitoli in altre lingue rispetto all’inglese, incluso l’italiano. In questo modo si ha un servizio eccezionale per l'apprendimento, ovvero leggere e ascoltare direttamente l'originale coi sottotitoli. Non c’è nessun bisogno di anglofonizzare la RAI.

2. Il doppiaggio è democratico. Tutti devono capire la TV nazionale, dal bambino all’anziano. Le persone che vogliono guardare un film la sera sulla TV pubblica (pagando il canone) in italiano devono poterlo fare.

3. Più libertà di scelta. Perché privare gli italiani del diritto di vedere i film o i cartoni animati nella propria lingua? Chi vuole vedere i film in inglese, usi i DVD o si guardi la BBC e lasci gli altri godersi i film nella propria lingua. In Italia, tra le altre cose, vi è un’ottima scuola di doppiatori.

4. L’India produce già oggi più film degli USA, il Giappone più cartoni animati del Regno Unito. Chi vuole abolire il doppiaggio per inculcare l’inglese, deve rendersi conto che fra qualche anno magari la maggior parte dei film o cartoni animati sarà in Hindi, Punjabi o Giapponese.

Si noti che l'abolizione del doppiaggio in TV, potrebbe contribuire a una riduzione della vitalità dell'italiano nel medio periodo. L'accrescimento delle competenze in inglese sotto la doppia pressione di scuola e mezzi di comunicazione statali, potrebbe essere usato come argomento per togliere sempre più spazio alla lingua nazionale nell'università e nel lavoro. Si tratta, si noti, di una politica linguistica deliberata. L'italiano a quel punto diventerà gradualmente lingua degli affetti domestici e degli amici, lingua bella ma inutile, e comunque non adatta alle cose serie (in inglese).

L'anglificazione della scuola italiana

Cari amici,

Dopo l'imposizione dell'inglese come prima lingua straniera nella scuola ad opera del ministro Moratti nei primi anni 2000, l'Italia continua l'opera di anglificazione della scuola. Secondo la nuova riforma targata Gelmini l'abilitazione a diventare insegnanti di scuola è adesso legata alla conoscenza dell'inglese. Inoltre, una materia al quinto anno di liceo dovrà essere insegnata in inglese . Si tratta del cosiddetto Apprendimento integrato di lingua e contenuto, caldeggiato dall'Unione europea. Si tratta di uno strumento utile, a patto che vi sia reciprocità fra paesi, cioè che tutti facciano uno sforzo per imparare le lingue degli altri. Invece nel Regno Unito l'insegnamento delle lingue straniere è in picchiata. Infine, resta la possibilità di scegliere l'Inglese potenziato nella scuola media, su cui ci siamo già espressi.

L'insegnamento delle lingue straniere, quindi, continua ad essere confuso e limitato (di fatto) al solo insegnamento dell'inglese. Continua quindi l'opera di anglificazione del sistema di istruzione italiano che resta invece impermeabile alla necessità di insegnare più lingue straniere.

L’italiano escluso dal brevetto comunitario?

Cari Amici

L’Unione Europea (UE) sta cercando di creare un proprio sistema unificato di riconoscimento e registrazione dei brevetti: una procedura unica gioverebbe anche alla protezione delle invenzioni e alla risoluzione delle controversie. Nel dicembre del 2009, i ministri dei 27 Paesi, convenuti a Bruxelles, decisero di limitare il numero delle lingue di registrazione dei brevetti a [cinque: francese, inglese, italiano, spagnolo e tedesco. Si tratta del regime linguistico già adottato dall’Ufficio comunitario per l'Armonizzazione nel Mercato Interno (a proposito di Marchi, Disegni e Modelli) con sede ad Alicante (Spagna), che rappresenta l’agenzia comunitaria preposta alla protezione dei diritti di proprietà industriale che non siano i brevetti.

È notizia del 1 luglio 2010, invece, che il Commissario per il Mercato interno e i servizi, il francese Michel Barnier, ha sconfessato l’accordo di dicembre sostenendo che è necessario ridurre a tre le lingue nelle quali sarà ammesso presentare le domande di deposito dei brevetti: francese, inglese, tedesco. L’argomento è il solito, già adottato per limitare a queste tre lingue le procedure per gli appalti e i concorsi dell’UE: bisogna ridurre ulteriormente le spese per le traduzioni.

Si tratta tuttavia di un argomento criticabile, perché i costi di traduzione in sé non sono necessariamente “troppo alti”. Tutto dipende dai relativi benefici e dal contesto analizzato. Scegliere un regime linguistico a cinque lingue per il sistema comunitario dei brevetti, come stabilito nel dicembre 2009, sembra riflettere con maggiore fedeltà il peso effettivo delle economie più importanti dell’Unione europea. Secondo i dati pubblicati da Eurostat, nel 2007 le economie di Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna rappresentavano il 73% del Prodotto interno lordo (PIL) dell’Unione. La percentuale cresce al 78% se teniamo conto dell’Austria, dell’Irlanda e del Belgio francofono.

Va notato che privilegiare solo l’inglese come lingua procedurale non sembra essere una soluzione appropriata al contesto comunitario (è la soluzione di ripiega caldeggiata da Dipartimento delle politiche comunitarie e da Confindustria). L’inclusione del tedesco, del francese, dell’italiano e dello spagnolo, infatti, collima con gli interessi delle imprese dei paesi che rappresentano il 60% del PIL della UE, e addirittura l’82% del PIL dell’intera area Euro. Si noti che le economie di Spagna e Italia da sole pesano per il 21% del PIL della UE e per quasi il 30% di quello dell’area Euro. Ciò rende manifesta l’importanza di affiancare lo spagnolo e l’italiano al francese, inglese e tedesco come lingue dei brevetti, in netto contrasto con la proposta Barnier.

Il regime trilingue proposto da Barnier, inoltre, avrebbe dei risvolti paradossali: ottenere un brevetto comunitario diventerebbe infatti più oneroso per un’impresa italiana che per un’impresa statunitense o canadese che si affacci sul mercato europeo.

Non è, insomma, una questione da poco conto per le industrie e i centri di ricerca italiani, che vedrebbero ostacolata la propria competitività rispetto a quella dei maggiori concorrenti stranieri. Poiché per un accordo sulle lingue vi deve essere l’unanimità dei consensi degli stati membri, la partita non è ancora chiusa. Il governo italiano e quello spagnolo hanno quindi gli strumenti per opporsi, se lo vogliono, ad una politica linguistica che, per come è stata presentata, danneggerebbe la competitività delle imprese italiane e spagnole rispetto a quelle dei paesi francofoni, anglofoni e germanofoni.

A scanso di equivoci, resta inteso che, quale che sia la soluzione adottata, è auspicabile che vengano messe in atto delle opportune misure di compensazione per contribuire ai costi di traduzione dei brevetti dalle altre lingue comunitarie a quelle che si sono volute proclamare procedurali. Il finanziamento di un eventuale “fondo comunitario per la traduzione dei brevetti” potrebbe provenire in parte del risparmio sui costi aggregati di traduzione ottenuto grazie alla semplificazione del regime linguistico, e in parte da contributi diretti versati dai paesi di lingua francese, inglese, italiana, spagnola e tedesca.

Globish, un falso mito

Cari amici,

ultimamente si leggono diversi articoli sulla stampa italiana o straniera riguardo al cosiddetto Globish Secondo i sostenitori del Globish, l’inglese è ormai una lingua senza più padroni, una lingua quindi veramente mondiale. Si tratta invece di un falso mito che si fonda su una tesi del tutto screditata, teoricamente ed empiricamente.

Dal punto di vista empirico, diversi linguisti applicati hanno cercato per anni di analizzare empiricamente la forma dell’inglese parlato da locutori non nativi (nella letteratura accademica di chiama ELF – “English as a lingua franca”). I risultati sono stati del tutto deludenti. Si sono notate alcune sistematicità nell’uso (scorretto) della lingua, come la tendenza a non mettere la “s” alla terza persona singolare, la storpiatura del suono “th”, la tendenza all’utilizzo interscambiabile di “who” e “that”, e l’uso indiscriminato di “isn’t it?” come tag question. Tutto qui. Queste deviazioni non compromettono certo la comprensione fra persone, ma di qui a dire che siamo in presenza di una lingua “nuova”, cioè diversa dall’inglese, ce ne passa! Il Globish, quindi, empiricamente non esiste.

Dal punto di vista teorico, inoltre, il Globish è un’aberrazione. Le lingue, infatti, si sviluppano intorno ad istituzioni umane o centri di potere relativamente stabili. Il Globish invece è del tutto disarticolato. Non esiste un inglese propriamente “globale” con un lessico proprio e una sintassi relativamente omogenea, capace di configurarsi come uno standard nettamente distinto dall’inglese britannico o americano. Quello che accade in realtà è che esistono tante declinazioni dell’inglese quante sono i popoli che la imparano come lingua straniera, e queste declinazioni spesso sono talmente diverse da risultare del tutto incomprensibili. La conseguenza logica è che, per cercare di capirsi, tutti fanno lo sforzo di orientarsi verso gli stessi standard, ovvero quelli degli anglofoni madrelingua, cioè di quel segmento della popolazione mondiale composto da 400 milioni di persone che vivono in alcuni dei paesi più avanzati, ricchi e potenti del pianeta.

Infatti, sono ancora gli anglofoni madrelingua gli unici ad avere il diritto di stabilire ciò che è corretto o scorretto nella loro lingua, o, detto altrimenti, gli unici a detenere il monopolio della competenza legittima. Lo dimostra il fatto che nelle scuole, nelle università e nei centri linguistici di tutto il mondo si assumono insegnanti madrelingua inglese. Lo dimostrano i flussi continui di studenti vogliosi di imparare l’inglese verso le scuole e le università dei paesi anglofoni. Lo dimostra l’annuncio fatto nel 2008 dal governo britannico di un vastissimo piano per la promozione dell'inglese nel mondo intero. Lo dimostra ancora il fatto che in tutte le riviste scientifiche internazionali si richiede di scrivere in “English” e possibilmente di fare correggere le bozze a un madrelingua prima di sottoporre l’articolo. Nessuna rivista accetta articoli in Globish. Allo stesso tempo, è semplicemente insensato e desolante sostenere che è più difficile capire un inglese parlato da un madrelingua in modo scandito e senza espressioni idiomatiche che un “globish” parlato da un giapponese con alle spalle un semplice corso di 50 ore.

La tesi dell'esistenza del Globish si fonda prevalentemente su aneddoti e cifre fantasiose. Ad esempio, come si stimano i 4 miliardi di persone che parlano Globish? E ancora, cosa significa propriamente parlare Globish? Se basta sapere dire taxi, love, sex, phone, airplane, drink, one, thank you, please, good bye per parlare globish, allora metà del mondo sa parlare anche italiano, visto che pizza, mafia e espresso sono parole universali.

Il Globish quindi è un’idea cattiva che seduce per la sua semplicità, ma è un falso mito pericoloso. Il Globish agisce come cortina di fumo ideologica che impedisce di vedere l’asimmetria nella distribuzione dei costi e dei benefici dell’egemonia linguistica, che ovviamente va anzitutto a vantaggio dei paesi anglofoni. Si tratta di vantaggi di ordine economico, politico, culturale, e diplomatico (la relazione fra lingua e “soft power” è evidente). Da un lato abbiamo i madrelingua, i quali per farsi capire devono al massimo evitare espressioni idiomatiche e accenti regionali. Dall’altra parte, infatti, abbiamo tutti gli altri cittadini del mondo che investono miliardi di euro all’anno e anni della loro vita per tentare, spesso senza successo, di possedere la lingua egemone, restando sempre e in ogni caso un passo indietro rispetto ai madrelingua.

Concorsi comunitari: i rischi delle scelte linguistiche dell'EPSO

Cari amici,

Le prove del concorso generale dell’EPSO, l’Ufficio europeo di selezione del personale, devono essere svolte nella seconda lingua del candidato, da scegliersi obbligatoriamente fra francese, inglese e tedesco. L’uso della prima lingua nelle prove non è escluso, ma è confinato ad una parte della prova scritta (studio del caso) e, in parte, alla prova orale. Fino al luglio 2005, invece, era possibile sostenere una prova per i concorsi nella propria lingua materna e un’altra prova in una seconda lingua comunitaria a scelta del candidato. Il ministro delle politiche comunitarie Andrea Ronchi ha deciso che l’Italia farà ricorso.

Quali sono i problemi?

1. Il primo rischio è quello di ineguale trattamento. Da un punto di vista puramente teorico, la scelta dell’EPSO non dovrebbe favorire nessuno, ma molti dubbi rimangono. In primo luogo, sono avvantaggiati i candidati di paesi o regioni bilingui (Malta, Lussemburgo, gli irlandesi che dichiarano come prima lingua l’irlandese, lingua ufficiale della UE dal 2007, o ancora gli altoatesini, ecc.). Inoltre, non è chiaro come l’EPSO riuscirà ad evitare casi di frode. Coloro che sono di prima lingua inglese, francese o tedesca dovrebbero poter scegliere solo fra le rimanenti due lingue, ma di fatto potrebbero utilizzare la propria lingua materna, visto che la prima lingua è determinata per autodichiarazione.Nel manuale per l’iscrizione si nota che la lingua 1 è definita come la lingua per cui si ha un livello di conoscenza pari almeno a C1 del Quadro Comune Europeo di Riferimento per la conoscenza delle Lingue. Non si richiede nemmeno un C2, che è giusto sotto il livello madrelingua. Per la lingua 2 invece basta avere un B2 (intermedio-alto). Se questo è il livello richiesto, un italiano che vive e lavora a Berlino da diversi anni, potrebbe benissimo dichiarare il tedesco come propria lingua 1 e (se fosse possibile) l’italiano come lingua seconda (fingendo di parlarlo male).

2. A livello generale, questa politica sembra rafforzare l’impressione che Commissione voglia ufficializzare l’oligarchia linguistica della triade, in contrasto con lo spirito dei trattati e in assenza di ogni esplicita decisione politica ufficiale e condivisa in materia. Anche se è vero che in media queste tre lingue sono le più insegnate in Europa come lingue straniere, non sono certo né le uniche, né sono necessariamente le lingue più insegnate in tutti i paesi. In Francia la seconda lingua più insegnata è lo spagnolo, in Finlandia lo svedese, a Malta l’italiano. In Vallonia la prima lingua straniera insegnata è il neerlandese. Di fatto quindi si restringono le possibilità di scelta dei candidati, si impone artificialmente un’omogeneità che non trova riscontro nella realtà. Inoltre, non si capisce in base a quale criterio il numero “tre” debba essere il limite massimo di lingue ammesse, tanto più che fino a pochi anni fa era perfettamente possibile sostenere i test nella propria lingua materna senza che questo ostacolasse la selezione del personale. Ovviamente anche prima era necessario dimostrare di avere conoscenza di un’altra lingua straniera, ma la prova di accesso era veramente egalitaria perché tutti la potevano sostenere nella propria lingua materna, il che è molto più rassicurante dal punto di vista del candidato, mentre adesso la conoscenza dell'inglese, del francese e del tedesco funge da barriera all’ingresso.

3. Si tratta di un sistema che di fatto si presta a favorire nella prassi soprattutto gli anglofoni e probabilmente i francofoni. Si prevede infatti che per quanto concerne la prova orale il colloquio con il comitato di selezione si tiene principalmente nella seconda lingua del candidato (inglese, francese o tedesco). È difficile credere che a un britannico si richieda veramente una conoscenza fluente del tedesco, lingua che nella prassi comunitaria di lavoro interno non ha un reale ruolo di lingua di lavoro veicolare come invece hanno per ragioni storiche il francese o l’inglese (infatti si dice che il colloquio si tiene “principalmente” nella seconda lingua). Dopo un breve scambio di battute in tedesco, probabilmente si passerà all’inglese. Si noti inoltre che nulla è previsto quanto alla lingua da usare nella “presentazione orale” per gli amministratori e gli assistenti. Come in tutte le cose, c’è una grossa differenza fra politiche ufficiali e prassi durante i colloqui di lavoro. La conseguenza prevedibile di tutto questo, ovviamente, sarà di accelerare la convergenza in particolare verso l’inglese. Probabilmente la grande maggioranza dei candidati sceglierà l’inglese come lingua seconda, con effetti prevedibili di lungo termine sul reale multilinguismo delle istituzioni europee. Sembra che la Commissione imponendo questi requisiti al concorso stia effettuando una “scrematura” preliminare del personale comunitario al fine di renderlo sempre più omogeneo dal punto di vista linguistico.

4. Infine, a livello simbolico, lingue come lo spagnolo, l’italiano perdono di prestigio. Questo rafforzerà ancora di più agli occhi dell’opinione pubblica l’importanza dell'inglese (soprattutto), francese e tedesco come “le lingue che contano” in Europa.

Asini all'università

Cari amici,

Vi segnalo un bell'articolo su Repubblica "Italiano, questo sconosciuto - Studenti quasi analfabeti".

È interessante che mentre le università anglificano i percorsi di studio " 21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo in italiano".

Da notare che alcuni linguisti come Beccaria sostengono che "il predominio dell'inglese sta nuocendo all'uso dell'italiano", e aggiunge, "Ormai è necessario alfabetizzare adulti e ragazzi, e la colpa è di un intero percorso scolastico che non sempre funziona. Le lacune nascono da lontano. Inoltre, l'uso esclusivo di telefoni cellulari e computer come strumenti di comunicazione non aiuta la nostra lingua: l'italiano sta regredendo quasi a dialetto".

La questione della chiarezza del lessico (evitare l'inglesorum) e la cura della lingua nelle sedi di cultura, come le università, è essenziale. Altrimenti l'italiano farà la veramente la fine di un dialetto. La democrazia linguistica, che poi è strumento della democrazia materiale, passa anche attraverso la lingua e la chiarezza di espressione.

I rischi dell'anglomania

Cari amici,

quando dicevamo che in Italia oramai la questione dell'apprendimento dell'inglese stava diventando un'autentica ossessione non stavamo esagerando. Avevamo già criticato la politica del Politecnico di Torino tassa chi vuole studiare in italiano, e la politica dell'attuale governo di fatto impone a tutti l'inglese nelle scuole e di fatto sopprime la seconda lingua comunitaria. Il TAR del Lazio aveva bloccato quest'ultima misura, ma il Consiglio di Stato l'ha recentemente riammessa, dichiarando legittimo il cosiddetto "inglese potenziato". Infine, il Ministero dell'istruzione ha stabilito che, a prescindere da cosa si insegna, è necessario sapere l'inglese per diventare insegnanti.

Quello che ci segnala la stampa oggi, però ha dell'incredibile. Il Preside del liceo scientifico “Salutati” di Montecatini Terme ha deciso che gli studenti con lui devono preferibilmente parlare in inglese. Ovviamente il preside non è irlandese, ma italiano. Ma tant'è! L'anglomania avanza e produce questi casi grotteschi.

Si tratta di un atteggiamento inaccettabile e discriminatorio, tramite il quale si inculca ai ragazzi fin da giovani un senso di inferiorità nei confronti dell'inglese e un pericoloso sentimento di sfiducia nei confronti della propria lingua materna, vista come subordinata all'inglese. Ma, temo, siamo appena all'inizio. Il peggio deve ancora arrivare.

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Preside a Montecatini

“Studenti, con me si parla inglese Capirete quanto serve”

di Cristina Privitera

“Good morning sir!”: dovranno rivolgersi così da quest’anno al preside gli studenti del liceo scientifico “Salutati” di Montecatini Terme quando entreranno nella sua stanza per i colloqui. La novità – con il preside si parlerà preferibilmente in lingua inglese – è comparsa nero su bianco sul regolamento, che indica severe norme per il comportamento da tenere a scuola, distribuito agli studenti nei giorni scorsi. Una scelta, quella del preside Paolo Calussi, 53 anni, insegnante di matematica e fisica prima dell’incarico di dirigente, che ha lasciato perplessi molti docenti che hanno poco compreso i motivi di una tale decisione. Non ci pare un modo per incentivare i ragazzi a rivolgersi direttamente a lui – commentano all’uscita della scuola – anzi piuttosto un modo per aumentare la distanza e complicare le comunicazioni”. E ancora: “Bastasse questo per far colmare alle nostre scuole il gap sull’apprendimento delle lingue straniere rispetto al resto d’Europa…” Preside, allora solo conversazioni in inglese con i suoi studenti? “Intanto - risponde Calussi che è alla guida del liceo scientifico di Montecatini Terme dal 2005 – sia chiara una cosa: non c’è nessun obbligo per gli studenti. Ho scritto che è soltanto preferibile. Parlerò in inglese con i ragazzi che sono in grado di farlo. Altrimenti utilizzeremo la nostra lingua”. Come mai ha sentito la necessità di introdurre questa novità? “L’idea mi è venuta perché conosco esempi del genere messi in pratica in scuole superiori all’estero. L’obiettivo è semplice: non solo quello di far parlare in inglese i ragazzi, ma anche quello di dimostrare loro che quanto studiano a scuola serve nella vita e nel lavoro, è prontamente utilizzabile. Ed era così facile con l’inglese piuttosto che con altre materie di studio”. Ha già fatto la prima prova? “Sì, qualche giorno fa, con due ragazzi di seconda liceo”. E com’è andata? “Abbastanza bene, direi. Hanno accettato di parlare in inglese e, dopo i primi momenti di incertezza, siamo riusciti a comprenderci”. Nessuna difficoltà, imbarazzo o fraintendimento? “Certo, qualche momento di difficoltà esiste. Anch’io ho le mie incertezze e i miei timori. Sono sicuro, tra l’altro, che troverò studenti che parlano inglese meglio di me”. Insomma vi siete capiti? “Alla fine della conversazione ho chiesto ai due studenti se avevano compreso tutto: mi hanno risposto di sì. Comunque per sicurezza ho riassunto quanto avevo detto in italiano”. E di che cosa avete parlato? “Mi hanno chiesto informazioni sulle norme che regolano le elezioni per il consiglio d’istituto”. A sostenere la scelta del preside Calussi, rintuzzando le ironie e le battute degli altri insegnanti, è anche la sua vice, Annalia Arbore: “Non esiste nessun rischio per gli studenti: il preside li ha sempre ricevuti volentieri. Può chiedere a chi vuole: tutti noi facciamo anticamere lunghe per parlargli, proprio perché spesso è impegnato nei colloqui con gli studenti”.

(Da La Nazione, 19/10/2009).

Perché l'università italiana importa ancora pochi studenti stranieri?

cari amici,

il tema a noi caro dell'Università è ritornato alla ribalta dei giornali durante questi giorni in seguito alla pubblicazione di un rapporto del gruppo di riflessione "Vision", rapporto che sarà presentato il 20 alla Camera, Palazzo Marini, alla presenza del ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini). Secondo quanto riportato dal Corriere, nel rapporto si afferma che per la prima volta il numero dei giovani stranieri che hanno scelto di formarsi in Italia ha superato quello degli italiani iscritti a un ateneo d' oltreconfine. C'è da rallegrarsi. Restiamo indietro rispetto ad altri paesi, in particolare Regno Unito, Francia e Germania. Le cause? Si dice che anzitutto "c'è la difficoltà della lingua. L'Italiano non è un idioma veicolare (sic!), anche se nei migliori atenei sta aumentando l'offerta di corsi in lingua inglese". Non lo crediamo. Infatti, continuando a leggere l'articolo emerge chiaramente che in realtà il vero ostacolo alla mobilità degli studenti stranieri non è la lingua, ma la burocrazia. Infatti, "La maggiore difficoltà sembra però essere un' altra, almeno secondo l' indagine condotta da «Vision» nel Politecnico di Torino tra ricercatori e studenti di master per lo più colombiani e cinesi: il 60 per cento ha espresso un giudizio negativo sulla nostra burocrazia e il 32 per cento sulle normative in merito agli immigrati."

Prendersela con la lingua italiana insomma non serve. Tanto più che in fondo all'articolo ci si domanda "da dove vengono gli studenti stranieri che frequentano le nostre università? In massima parte dall'area del Mediterraneo. Il Paese straniero più rappresentato nei nostri atenei è l' Albania. La comunità di origine albanese conta 8.500 iscritti e risulta dieci volte più numerosa della comunità francese e venti volte di quella spagnola. È minima la presenza di studenti provenienti da Paesi il cui rapporto con l' Italia può essere considerato strategico".

Insomma, la maggior parte degli studenti viene da aree dove tradizionalmente si impara l'italiano come lingua straniera (Albania, ecc.), e quindi sostituire l'italiano con l'inglese non serve, anzi!. Gli altri studenti, invece, cioè quelli provenienti "da Paesi il cui rapporto con l' Italia può essere considerato strategico", non vengono, e questo non a causa della lingua, ma delle barriere burocratiche. Se l'università italiana fosse già eccellente, la lingua non sarebbe certo un problema. La storia mostra che i migliori studenti, i "cervelli", non si fermano certo davanti ad una lingua sconosciuta se vale la pena studiare in un determinato paese.

Temo tuttavia che questo tipo di notizie non farà altro che portare acqua al mulino dei sostenitori dell'anglificazione del nostro sistema universitario, nell'illusione che basti fare dei programmi in inglese per attirare i migliori studenti stranieri (non studenti qualsiasi), i quali invece, continuano ad andare, ovviamente, nei paesi anglofoni. Non a caso sempre sul Corriere di oggi si riportava la notizia che sempre più italiani, e fra i migliori, vanno a studiare a Cambridge, nonostante i nostri atenei facciano di tutto per trattenerli inaugurando corsi in inglese (ignorando che chi può preferisce sempre l'originale alla copia).

Un premio alla discriminazione linguistica

Cari amici

segnaliamo un curioso caso degno di un'interrogazione al Parlamento europeo. Si tratta del premio Cultural Policy Research 2009 (CPR). Il Premio CPR è aperto a candidati da tutta Europa in grado di parlare e scrivere in inglese. Giovani accademici, ricercatori e responsabili delle politiche possono partecipare al premio di 10.000 euro. I candidati devono essere in possesso di un master in scienze sociali, arte e scienze umanistiche, o ricerca in politica pubblica, e non devono avere oltre 35 anni al momento della domanda.

Il premio è messo in palio dalla Rete europea dei centri di formazione di gestione culturale, che è finanziata dal Parlamento europeo grazie alla linea di bilancio che prevede "sostegno alle organizzazioni che promuovono la cultura europea". Non si capisce quindi perché il premio debba essere rivolto solo a quelli che scrivono in inglese.

È da notare che fra le maggiori lingue di cultura europee, la lingua italiana è decisamente la più discriminata fra le discriminate. Infatti, i candidati devono presentare il proprio CV allegando le proprie pubblicazioni solo in inglese, francese, tedesco e spagnolo. L'italiano non è una lingua di cultura, insomma.

Il Parlamento europeo dovrebbe rivedere la propria politica di finanziamento a questa Rete, per evidenti ragioni. Non si vede perché i contribuenti europei dovrebbero finanziare un ente che "promuove la cultura europea" solo in inglese, discriminando tutte le altre lingue.

Salvare la seconda lingua comunitaria

Cari amici,

La recente politica linguistica stabilita per le scuole medie dal Ministro Gelmini, mira di fatto alla marginalizzazione dell’insegnamento della seconda lingua comunitaria dalla scuola italiana a favore della preminenza della lingua inglese. Secondo le disposizioni previste nei recenti decreti ministeriali, infatti, a richiesta delle famiglie e compatibilmente con le disponibilità di organico e l’assenza di esubero dei docenti della seconda lingua comunitaria, è introdotto l’insegnamento potenziato dell’inglese per 5 ore settimanali complessive, utilizzando anche le ore d’insegnamento della seconda lingua comunitaria. Poiché la maggior parte degli insegnanti di seconda lingua sono assunti con contratti temporanei, il requisito dell’esubero è puramente formale e di fatto non vincolante. Inoltre, si conferma che la politica linguistica adottata va contro la libertà di scelta da parte delle famiglie, perché la prima lingua straniera, l’inglese, è imposta a tutti per decreto.

A mio avviso, si tratta di una scelta che per molte ragioni è economicamente, culturalmente e politicamente sconveniente. Non è infatti un caso che essa sia stata aspramente e apertamente criticata dal Commissario europeo per il multilinguismo, Leonard Orban.

  1. Primo, da un punto di vista strategico ed economico, sono le competenze multilingue ad essere sempre più premiate sul mercato del lavoro. A mano a mano che la conoscenza dell’inglese si banalizza, infatti, è proprio la capacità di saper comunicare in altre lingue che garantisce un vantaggio comparato sui concorrenti. Se ne stanno rendendo conto anche il Regno Unito e gli stessi Stati Uniti. Secondo i dati di Eurydice, già oggi il 58% degli studenti europei studia almeno 2 lingue straniere nelle scuola secondaria. La politica linguistica del Ministro Gelmini, invece, seguendo dei modelli anacronistici, spinge gli studenti italiani a concentrarsi solo sull’inglese. Ma il mondo dell’economia va già in un’altra direzione.
  2. Secondo, da un punto di vista culturale, si tratta di una politica profondamente miope. Insegnare almeno i fondamenti di una seconda lingua comunitaria nella scuola media è il modo migliore per dare ai ragazzi una base su cui costruire nel tempo la propria conoscenza della lingua in questione. Chi invece non può godere di questo vantaggio avrà più timore a lanciarsi nell’apprendimento di una seconda lingua in futuro, e quindi sarà sempre più chiuso e confinato alla sola conoscenza dell’italiano e (forse) dell’inglese. Si tratta di un bagaglio di conoscenze linguistiche assolutamente insufficiente per cogliere e godere della ricchezza culturale dell’Europa e del mondo, e per capire veramente i nostri concittadini europei. È un paradosso, per esempio, che in Piemonte il francese sia lentamente abbandonato. Gli stessi paesi di lingua inglese ormai si rendono conto di essere rinchiusi in un “provincialismo” anglosassone. La politica linguistica del Ministro Gelmini, limitando l’importanza della seconda lingua comunitaria, disincentiva gli studenti ad aprirsi a nuovi orizzonti culturali.
  3. Terzo, da un punto di vista politico-diplomatico, si tratta di una politica singolarmente autolesionista. Non ci sarebbe nulla di sorprendente, infatti, se gli altri stati europei decidessero di applicare una politica linguistica simile nelle proprie scuole, rendendo opzionale lo studio dell’italiano o espungendolo direttamente dall’insieme delle lingue insegnate. La politica linguistica del Ministro Gelmini rischia di isolare politicamente l’Italia e di danneggiare l’insegnamento dell’italiano all’estero, mentre è ormai chiaro a tutti che la difesa dell’italiano passa attraverso la difesa della diversità linguistica europea.
  4. Quarto, si tratta di una politica in contrasto con i principi europei. La politica linguistica del Ministro Gelmini, infatti, invece di promuovere il pluralismo linguistico, rafforza l’egemonia della lingua inglese nell’insegnamento scolastico a danno delle altre lingue. Tutto questo è in aperta contraddizione con i principi stessi del multilinguismo sanciti dall’Unione europea.

Restano da chiarire quali siano le ragioni che hanno spinto il Ministero ad adottare una politica linguistica così controversa e per molti versi anacronistica, e resta parimenti indispensabile capire su quali analisi di politica linguistica il Ministero si è appoggiato nelle sue valutazioni.

È per questa ragione che guardiamo con favore alla manifestazione per salvare la seconda lingua comunitaria che sarà fatta a Roma, il 22 febbraio 2009 .

I vantaggi dell'ignoranza

Cari amici,

ecco un caso clamoroso che dimostrerebbe che alle volte la mancanza di conoscenze linguistiche può essere un vantaggio. Secondo il ministro dell'economia italiano, Tremonti, le banche italiane sono sfuggite alla crisi subprime perché.... non parlano inglese. No comment.

English-only Italy?

Cari amici,


Nel dicembre scorso, il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della ricerca ha emanato quattro decreti per il riordino dei cicli scolastici. Il tratto saliente della Riforma della scuola della Gelmini è la marginalizzazione di fatto della seconda lingua comunitaria dalla Scuola italiana.


Ne avevamo già parlato tempo in diverse occasioni, ma adesso è scritto nero su bianco. La scuola media oggi offre tre ore di inglese e due di seconda lingua. Dal prossimo anno scolastico, invece, le famiglie potranno scegliere di utilizzare il monte ore settimanale della seconda lingua comunitaria per "potenziare" l'inglese. Si prefigura quindi una scuola pubblica dominata dall'ideologia dell'English-only, in spregio alla cultura, alla tradizione e ai principi di pluralismo e di multilinguismo dell'Unione europea. Mentre nel resto d'Europa di studiano sempre più lingue straniere, in Italia si va verso una sempre maggiore riduzione e appiattimento sull'inglese. Invece di investire risorse nell'insegnamento linguistico che porta moltissimi vantaggi anche sul mondo del lavoro, la Gelmini preferisce puntare tutto sull'inglese, mentre ormai è sempre più chiaro che sono le competenze plurilingue ad essere premiate.


Non mi stupirei, infine, se per ripicca la Spagna, la Francia, il Belgio, la Germania e l'Austria disinvestissero risorse dall'insegnamento dell'italiano come L2. Un vero gioco al massacro, da cui escono tutti perdenti, tranne, ovviamente, i paesi anglofoni.


Piena solidarietà quindi con l'Associazione nazionale degli insegnanti di lingue straniere, che sta portando avanti una sacrosanta opera di sensibilizzazione contro questa politica linguistica profondamente miope e sbagliata.

Manifestazione a Torino contro la discriminazione linguistica del Politecnico

Cari amici,

Segnalo questa manifestazione di protesta contro la politica linguistica discriminatoria del Politecnico di Torino.

La manifestazione avrà luogo a Torino venerdì 21 novembre dalle ore 12 in Corso Duca degli Abruzzi, 24.

Discriminazione linguistica al Politecnico di Torino: Il Governo (non) risponde

Cari amici,

Il Governo italiano infine risponde all'interrogazione parlamentare fatta qualche mese fa dall'Onorevole Perduca e dall'Onorevole Poretti riguardo discriminazione linguistica operata dal Politecnico di Torino.

Riportiamo qui sotto la risposta del Governo, (clicca qui per l'originale ). Come si vede, il Governo non risponde e non chiarisce la propria posizione, ma si fa di fatto portavoce del Rettorato del Politecnico che adduce motivazioni ingannevoli a sostegno di una politica linguistica manifestamente discriminatoria, inaugurata del 2007 e rinnovata nel 2008.



PRESIDENTE. Segue l'interrogazione 3-00138 sui corsi di laurea in lingua inglese presso il Politecnico di Torino.

Il rappresentante del Governo ha facoltà di rispondere a tale interrogazione.

PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Signor Presidente, con riferimento alle osservazioni espresse dagli onorevoli interroganti riguardanti notizie apprese dalla stampa su alcune tipologie di diplomi di laurea rilasciati dal Politecnico di Torino, si risponde sulla base di elementi informativi riferiti dal rettore.

Nelle scelte operative del suddetto Politecnico, l'internazionalizzazione dei percorsi formativi rappresenta un valore strategico ed è stato quindi ritenuto fondamentale offrire agli studenti italiani la possibilità di una preparazione che possa costituire un vantaggio competitivo sia nell'ottica del proseguimento degli studi, che in quella lavorativa, grazie all'approfondimento della lingua inglese, considerata veicolare soprattutto nelle discipline tecnico-scientifiche.

L'ateneo, pertanto, garantisce ai suoi studenti un'ampia offerta formativa, consentendo loro di scegliere, all'interno di alcuni corsi, la possibilità di poterli seguire, parzialmente od interamente, in lingua inglese. Infatti, tutti i corsi di 1° livello che si svolgono presso la sede torinese prevedono, limitatamente al primo anno, la possibilità di optare per una frequenza a lezioni tenute in italiano o in inglese, evitando naturalmente la duplicazioni dei corsi; dal secondo anno i medesimi sono erogati in italiano.

Al fine di incentivare gli studenti italiani alla scelta del percorso in lingua inglese, è prevista l'esenzione dal pagamento delle tasse, limitatamente al primo anno, nel rispetto della normativa vigente, ed in particolare dell'articolo 3, comma 4, del Decreto del Presidente della Repubblica del 25 Luglio 1997, n. 306, recante «Regolamento recante disciplina in materia di contributi universitari».

In proposito, si ritiene che tale esonero dal pagamento delle tasse rientri nell'ambito di una autonoma valutazione dell'ateneo, purché il conseguente minor gettito delle entrate non vada a ricadere sull'importo maggiorato della tassazione per gli altri studenti, nonché sulla qualità ed entità dei servizi per i quali sono previsti contributi, come indicato all'articolo 2, comma 2, del citato decreto.

La mancata previsione del pagamento, ed insieme la sollecitazione verso la scelta di percorsi in lingua inglese, hanno motivazioni di elevato valore formativo e sociale, riferite a specifici input del sistema socio-economico e ad un forte interesse del sistema territoriale, anche nell'ottica di una facilitazione nel dialogo con altre realtà universitarie ed imprenditoriali e nell'approccio verso la produzione scientifica internazionale, dove la lingua inglese è quella maggiormente adottata.

Pertanto, l'agevolazione economica riconosciuta non può qualificarsi come una discriminazione verso gli altri studenti italiani proprio perché, in funzione del suo obiettivo, rappresenta un incentivo per quegli studenti che si propongono per percorsi formativi più impegnativi e non determina conseguenze negative a livello professionale per l'inserimento nel mercato del lavoro italiano ma, al contrario, favorisce l'inserimento medesimo nel mercato globalizzato.

Nei confronti degli studenti stranieri che seguono corsi in inglese, il piano di studi prevede, comunque, che la loro formazione tecnica sia completata da quella linguistica in italiano con lo specifico obbligo, nel percorso di studi, del superamento di un insegnamento di lingua e cultura italiana, al quale è attribuito il valore di dieci crediti.

Non esiste, in realtà, alcun danno per la lingua e la cultura italiana come conseguenza delle azioni poste in essere dall'Ateneo, che, al fine di perseguire i suoi obiettivi istituzionali, mira ad una formazione dei propri studenti tale che in futuro possano operare al meglio quale classe dirigente di un mondo internazionalizzato: nel mondo reale di oggi, infatti, la marginalizzazione è data proprio dalla difficoltà di interfacciarsi, anche a livello linguistico, con il resto del mondo.

La conferma di quanto esposto si rileva dalle richieste che provengono dal mondo del lavoro, aziende nazionali ed internazionali, di personale laureato con conoscenza linguistica di carattere professionale. Riguardo il corpo docente si precisa che, pur non essendo di madrelingua inglese, è professionalmente preparato per la realizzazione dei percorsi formativi in parola.

Si ritiene, pertanto, che scelte diverse da parte del Politecnico di Torino, risulterebbero anacronistiche e che, quindi, le opportunità offerte agli studenti, anche riguardo alla formazione in lingua inglese, siano assolutamente positive per il loro futuro, com'è d'altronde dimostrato dalla crescita del tasso di iscrizione, a fronte del calo demografico.

Per una più completa informazione sull'organizzazione dei corsi in parola, si riferisce quanto segue: i corsi di laurea di 1° livello in ingegneria dell'autoveicolo si svolgono sia in italiano che in inglese; il corso di laurea in ingegneria tessile presso la sede di Biella è svolto in inglese; tale scelta è dovuta a specifici input del sistema socioeconomico anche da ascrivere ad una rispondenza più qualificante della preparazione alle richieste di mercato.

Per i corsi di primo livello presso la sede di Vercelli viene proposto un primo anno sia in italiano che in inglese; dal secondo i corsi di laurea in ingegneria civile e meccanica si svolgono in italiano, mentre quelli in ingegneria elettronica in inglese. Tali corsi peraltro sono, specularmente, offerti in italiano presso la sede di Torino o altre sedi dell'ateneo nel territorio piemontese.

PERDUCA (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PERDUCA (PD). Signora Presidente, ringrazio il Sottosegretario per essersi fatto portavoce del rettore perché mi pare che, più che aver avuto un'impressione o un giudizio del Governo, abbiamo appreso di cose che si possono trovare sul sito dell'università e che chi ascolta radio radicale ha potuto sentire nelle varie interviste durante le quali sono state poste le stesse domande che poi, grazie all'associazione radicale esperantista, abbiamo inserito nell'interrogazione con la senatrice Poretti.

Non si riesce, quindi, a capire quale sia la posizione del Governo italiano relativamente a questa decisione che, per come è stata riassunta nella risposta data, sembra più andare nella direzione di formazione di personale altamente qualificato e specializzato perché vi è una domanda di un determinato tipo di specializzazione. Non si prende in considerazione il fatto che le università italiane - speriamo ancora per molto - formano non necessariamente per uno sbocco lavorativo per una compagnia internazionalizzata, ma anche per la ricerca pura e perché ci può essere, visto e considerato che in questo Paese esiste il valore legale dei titoli di studio, la necessità di portare a casa un pezzo di carta. Come però non siano saltati agli occhi gli elementi di discriminazione nei confronti di chi decide di scegliere il primo anno di uno dei corsi di laurea in inglese vedendosi così abbonata l'iscrizione all'università mi pare preoccupante.

Questo, tra l'altro, è un Governo che ha fatto dell'italianità non soltanto una bandiera della campagna elettorale, ma anche un motivo per il quale alcune delle nostre imprese non avrebbero mai dovuto cadere nelle mani degli stranieri. In questo caso, però, non si prende in considerazione il percorso umano, culturale, ma anche economico di chi arriva a 19 anni conoscendo bene una lingua e chi, invece, arriva a 19 ani non conoscendo bene una lingua. È molto più probabile che qualcuno abbia appreso la lingua recandosi all'estero piuttosto che studiandola in Italia. È molto più probabile che chi ha la possibilità di recarsi all'estero abbia uno stato economico diverso da chi non è potuto recarsi perché magari deve lavorare per mantenersi agli studi o, comunque, non ha sufficiente sostegno familiare per poter fare tutto questo.

Il problema resta; l'insoddisfazione, ahimè, relativamente alla risposta data resta tutta con un'ulteriore preoccupazione relativamente a quei corsi di laurea che, come è stato ribadito nella risposta, sono stati organizzati esclusivamente in lingua inglese. Se qualcuno oggi volesse studiare in Piemonte ingegneria tessile lo potrebbe fare solo nella lingua di Shakespeare. Io non ho assolutamente niente contro la lingua di Shakespeare essendomi laureato in letteratura nordamericana e parlando altre tre o quattro lingue, ma questo non mi deve far avere un accesso privilegiato a un servizio scolastico pubblico.

Torneremo sulla questione anche in altre formulazioni perché, oltre a tutto ciò che abbiamo cercato di evidenziare nella nostra interrogazione relativamente alla discriminazione nei confronti di chi non ha potuto per vari motivi, che non devono interessare lo Stato, studiare una lingua, ci sono degli aspetti economici della diseguaglianza linguistica che vanno assolutamente presi in considerazione; disuguaglianza linguistica di cui noi italiani già soffriamo, vista la qualità dell'insegnamento delle lingue in Italia. Noi, però, continuiamo ad incamminarci su una strada che non va verso il pieno recupero della nostra lingua. Lei, per fortuna, tranne digital divide, input e e-government oggi si è salvato dalla tentazione di usare una lingua che non ci appartiene e che cerca di veicolare purtroppo dei concetti che non appartengono alla nostra cultura.

Sempre con l'associazione esperantista radicale stiamo preparando una proposta di legge di tutela e promozione della lingua italiana. Io le ho portato uno studio che cerca di quantificare cosa avviene all'interno esclusivamente dell'Unione europea.

Il 3 per cento del prodotto interno lordo dell'Unione è dedicato a tutto ciò che attiene l'insegnamento delle lingue. Tra i 27 Stati membri ce c'è né uno, la Gran Bretagna, che ne porta a casa un'ampia fetta.

Se veramente abbiamo a cuore il sistema educativo italiano, e anche l'italianità, perché tra opera lirica e opere di letteratura l'Italia non ha sicuramente niente da invidiare a nessuno, forse bisognerà prendere in considerazione anche l'aspetto della lingua italiana oltre a tutto ciò che le ruota intorno.

PRESIDENTE. Lo svolgimento dell'interpellanza e delle interrogazioni all'ordine del giorno è così esaurito.

La protesta multilingue

Cari amici,

Sale la protesta contro la Ministra dell'istruzione, dell'Università e della Ricerca, M. Gelmini, la quale ha proposto una riforma della scuola che mira a rinforzare l'egemonia linguistica dell'inglese. Secondo la riforma, infatti, ai genitori sarà permesso di scegliere se dedicare all'inglese anche il monte ore stabilito per la seconda lingua comunitaria. Si tratta di una politica linguistica profondamente sbagliata che va contro l'interesse delle nuove generazioni, vale a dire sviluppare competenze plurilingui fino dalla più tenera età. Ne avevamo già parlato qui qualche tempo fa.

Un sistema di valuazione multilingue per le università europee

Cari amici,

segnalo questo rapporto del Senato francese che chiarisce alcuni dei limiti delle famigerate classifiche delle università mondiali stilate dall'università di Shanghai e dalla stampa britannica. Il particolare, il rapporto evidenzia la distorsione su queste classifiche dovuta alla lingua (cosa di cui si è detto già molte volte su questo blog). È un bene sapere che la Francia conta di approfittare del prossimo semestre di presidenza della UE per lavorare a un sistema di valutazione europeo .

Annuncio di un suicidio culturale

Cari amici,

il 24 maggio scorso è apparso su Repubblica un importante articolo di Salvo Intravaia, dal titolo "Per l'inglese la scuola non basta e i costi arrivano a 20 mila euro". L'articolo è importante perché sembrerebbe preparare il terreno per una serie di misure in favore del rafforzamento dell'inglese che il nuovo governo, e in particolare il ministro dell'istruzione, Mariastella Gelmini, probabilmente non tarderà a mettere in atto.

Il primo passo temiamo sarà l'abolizione del doppiaggio in TV, come avevo annunciato precedentemente. Ma non è tutto. Secondo Intravaia, la politica linguistica italiana per imporre l'inglese deve essere ancora più decisa: Intravaia, imbeccato da Claudia Beccheroni, suggerisce che si deve intervenire al più presto su "libri e giornali in inglese, biblioteche specializzate e internet, che offre anche i corsi on line. Ma soprattutto il CLIL (Content and language Integrated Learning): lo studio a scuola di una disciplina in inglese". L'articolo purtroppo è un miscuglio di ideologia e di propaganda. Al culmine del masochismo culturale Intravaia ci dipinge un'Italia in cui televisione, giornali, scuola, libri, tutto sarà in inglese, e per il bene dei più poveri! Si noti inoltre che le persone che sono state intervistate tipicamente lavorano nel ramo dell'insegnamento dell'inglese, per esempio il British Council con Emanuela Sias e il Trinity Italia con Claudia Beccheroni.

È inoltre da notare il tono piuttosto allarmistico adottato da Intravaia: "Intanto, gli italiani restano indietro. L'ultima indagine Eurobarometro (2006) sulla conoscenza delle lingue straniere condotta dalla Commissione europea è impietosa: l'Italia è al terzultimo posto tra i paesi dell'Ue a 25". Nessuno fa notare che le riforme scolastiche prendono molto tempo prima di avere effetti sensibili. Inoltre, si citano come contro-esempi casi ad hoc, cioè quelli del Lussemburgo, Slovacchia, Lettonia e Svezia, cioè tutti piccoli paesi, dove spesso si parlano lingue degli ex paesi coloniali (russo in Lettonia) o dei paesi vicini (francese e tedesco in Lussemburgo e ceco in Slovacchia), senza affrontare minimamente il problema dell'egemonia linguistica (l'autore, infatti, si dimentica di dire che sono proprio i paesi anglofoni a essere ultimi nelle classifiche!)

Infine, non possiamo non notare il messaggio subliminale che si vorrebbe far passare, vale a dire che chi si oppone all'anglificazione di TV, scuole ed editoria danneggia i poveri, perché solo i ricchi possono permettersi viaggi all'estero! Invece di capire che il problema è l'egemonia dell'inglese, si continua a scambiare la vittima con il carnefice e a non capire che è il sistema internazionale di comunicazione ad essere ingiusto e iniquo, non gli italiani ad essere stupidi e somari.

Il mediatore europeo contro la discriminazione linguistica

Cari amici,

ieri il Mediatore europeo ha sanzionato come cattiva amministrazione la decisione della Commissione di ammettere solo il francese, l'inglese e lo spagnolo come lingue ammissibili per i progetti di collaborazione con paesi terzi nell'ambito della difesa della democrazia e dei diritti dell'uomo. Una ONG tedesca, infatti, si era era vista rifiutare l'accesso al concorso perché aveva inviato alla Commissione i documenti in tedesco.

Il mediatore ha giustamente condannato la discriminazione linguistica praticata in questo caso dalla Commissione, e giustificata come sempre (cioè come ogni discriminazione linguistica) da ragioni pragmatiche, che spesso in realtà non sono altro che pretesti per giustificare e radicare l'egemonia e la discriminazione linguistica.

Sì alla diversità linguistica! Abolire l’articolo 25

Cari amici,

Nel 2005 con la riforma Moratti, il governo italiano aveva previsto che il monte ore riservato nelle scuole per la seconda lingua comunitaria potesse essere completamente utilizzato per approfondire l'inglese, prima lingua straniera obbligatoria per tutti (articolo 25 del D. Lgs n. 226/2005). Di fatto, l'insegnamento della seconda Lingua Comunitaria (francese/tedesco/spagnolo) uscirebbe dall'area delle materie obbligatorie e passerebbe nell'area opzionale, l'anticamera della scomparsa dai banchi di scuola. Si veda a questo proposito il grido d'allarme dell'Associazione nazionale Insegnanti di lingue straniere (ANILS).
Si tratta di una disposizione normativa sciagurata, fatta in spregio ai principi che reggono il multilinguismo europeo a cui il governo italiano ha tuttavia sempre aderito. Al di là del fatto che tale disposizione va conto lo spirito della costruzione europea (basti citare il recente rapporto Maalouf Una sfida salutare), è ormai accertato che sviluppare competenze multilingui è la chiave del domani nell'economia e nella cultura. Per esempio, il maggiore mercato di riferimento estero dell’Italia è l’Unione europea e che all’interno di questo mercato il 3 paesi che importano maggiormente prodotti italiani sono la Germania, la Francia e la Spagna. È una pura follia sacrificare la seconda lingua comunitaria sull'altare del mito della lingua unica.
L'applicazione dell'articolo fu sospesa per un anno e poi sine die, ma oggi vi è il concreto rischio che esso venga definitivamente attivato dal nuovo governo. Vi invito quindi a firmare la petizione proposta dagli insegnanti di lingua straniera italiani: "Abrogazione dell’art.25: salviamo le lingue straniere nella scuola italiana!".

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