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  <title>Le politiche linguistiche</title>
  <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/</link>
  <description>Un diario virtuale di analisi e commenti sulle politiche linguistiche in Europa</description>
  <language>it</language>
  <pubDate>Sun, 17 Aug 2008 12:52:04 +01:00</pubDate>
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    <title>Un sistema di valuazione multilingue per le università europee</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/07/19/Un-sistema-di-valuazione-multilingue-per-le-universita-italiane</link>
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    <pubDate>Sat, 19 Jul 2008 20:44:00 +02:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;segnalo &lt;a href=&quot;http://www.senat.fr/rap/r07-442/r07-4421.pdf&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;questo rapporto del Senato francese&lt;/a&gt; che chiarisce alcuni dei limiti delle famigerate classifiche delle università mondiali stilate dall'università di Shanghai e dalla stampa britannica. Il particolare, il rapporto evidenzia la distorsione su queste classifiche dovuta alla lingua (cosa di cui si è detto già molte volte su questo blog). È un bene sapere che la Francia conta di approfittare del prossimo semestre di presidenza della UE per &lt;a href=&quot;http://www.euractiv.com/en/education/france-challenges-world-university-ranking/article-174324&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;lavorare a un sistema di valutazione europeo &lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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    <title>Annuncio di un suicidio culturale</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/06/02/Annuncio-di-un-suicidio-culturale</link>
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    <pubDate>Mon, 02 Jun 2008 15:47:00 +02:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;il 24 maggio scorso è apparso su Repubblica &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/scuola_e_universita/servizi/linguestra/costi-inglese/costi-inglese.html&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;un importante articolo di Salvo Intravaia&lt;/a&gt;, dal titolo &quot;&lt;strong&gt;Per l'inglese la scuola non basta e i costi arrivano a 20 mila euro&lt;/strong&gt;&quot;. L'articolo è importante perché sembrerebbe preparare il terreno per una serie di misure in favore del rafforzamento dell'inglese che il nuovo governo, e in particolare il ministro dell'istruzione, &lt;a href=&quot;http://www.camera.it/cartellecomuni/leg15/include/contenitore_dati.asp?tipopagina=&amp;amp;deputato=d301449&amp;amp;source=%2Fdeputatism%2F240%2Fdocumentoxml.asp&amp;amp;position=Deputati%5CLa%20Scheda%20Personale&amp;amp;Pagina=Deputati/Composizione/SchedeDeputati/SchedeDeputati.asp%3Fdeputato=d301449&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Mariastella Gelmini&lt;/a&gt;, probabilmente non tarderà a mettere in atto. &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Il primo passo temiamo sarà &lt;strong&gt;l'abolizione del doppiaggio in TV&lt;/strong&gt;, come &lt;a href=&quot;http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/04/10/TV-pubblica-e-sottotitoli&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;avevo annunciato precedentemente&lt;/a&gt;. Ma non è tutto. Secondo Intravaia, &lt;strong&gt;la politica linguistica italiana per imporre l'inglese deve essere ancora più decisa:&lt;/strong&gt; Intravaia, imbeccato da Claudia Beccheroni, suggerisce che si deve intervenire al più presto su &lt;em&gt;&quot;libri e giornali in inglese, biblioteche specializzate e internet, che offre anche i corsi on line. Ma soprattutto il CLIL (Content and language Integrated Learning): lo studio a scuola di una disciplina in inglese&quot;&lt;/em&gt;. L'articolo purtroppo è un miscuglio di ideologia e di propaganda. Al culmine del &lt;strong&gt;masochismo culturale&lt;/strong&gt; Intravaia ci dipinge un'Italia in cui televisione, giornali, scuola, libri, &lt;strong&gt;tutto sarà &lt;em&gt;in&lt;/em&gt; inglese&lt;/strong&gt;, e per il bene dei più poveri! Si noti inoltre che le persone che sono state intervistate tipicamente lavorano nel ramo dell'insegnamento dell'inglese, per esempio il British Council con Emanuela Sias e il Trinity Italia con Claudia Beccheroni.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;È inoltre da notare il tono piuttosto allarmistico adottato da Intravaia: &lt;em&gt;&quot;Intanto, gli italiani restano indietro. L'ultima indagine Eurobarometro (2006) sulla conoscenza delle lingue straniere condotta dalla Commissione europea è impietosa: l'Italia è al terzultimo posto tra i paesi dell'Ue a 25&quot;.&lt;/em&gt; Nessuno fa notare che le riforme scolastiche prendono molto tempo prima di avere effetti sensibili. Inoltre, si citano come contro-esempi casi &lt;em&gt;ad hoc&lt;/em&gt;, cioè quelli del Lussemburgo, Slovacchia, Lettonia e Svezia, cioè tutti piccoli paesi, dove spesso si parlano lingue degli ex paesi coloniali (russo in Lettonia) o dei paesi vicini (francese e tedesco in Lussemburgo e ceco in Slovacchia), senza affrontare minimamente il problema dell'egemonia linguistica (l'autore, infatti, si dimentica di dire che sono proprio i paesi anglofoni a essere ultimi nelle classifiche!)  &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Infine, non possiamo non notare il messaggio subliminale che si vorrebbe far passare, vale a dire che chi si oppone all'anglificazione di TV, scuole ed editoria danneggia i poveri, perché solo i ricchi possono permettersi viaggi all'estero! Invece di capire che il problema è l'egemonia dell'inglese, &lt;strong&gt;si continua a scambiare la vittima con il carnefice e a non capire che è il sistema internazionale di comunicazione ad essere ingiusto e iniquo, non gli italiani ad essere stupidi e somari.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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    <title>Il mediatore europeo contro la discriminazione linguistica</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/05/28/Il-mediatore-europeo-contro-la-discriminazione-linguistica</link>
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    <pubDate>Wed, 28 May 2008 10:25:00 +02:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;ieri il &lt;a href=&quot;http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=EO/08/6&amp;amp;format=HTML&amp;amp;aged=0&amp;amp;language=FR&amp;amp;guiLanguage=en&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Mediatore europeo ha sanzionato&lt;/a&gt; come &lt;em&gt;cattiva amministrazione&lt;/em&gt; la decisione della Commissione di ammettere solo il francese, l'inglese e lo spagnolo come lingue ammissibili per i progetti di collaborazione con paesi terzi nell'ambito della difesa della democrazia e dei diritti dell'uomo. Una ONG tedesca, infatti, si era era vista rifiutare l'accesso al concorso perché aveva inviato alla Commissione i documenti in tedesco.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Il mediatore ha giustamente condannato la discriminazione linguistica praticata in questo caso dalla Commissione, e giustificata &lt;strong&gt;come sempre&lt;/strong&gt; (cioè come ogni discriminazione linguistica) da ragioni &lt;em&gt;pragmatiche&lt;/em&gt;, che spesso in realtà non sono altro che pretesti per giustificare e radicare l'egemonia e la discriminazione linguistica.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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  <item>
    <title>Sì alla diversità linguistica! Abolire l’articolo 25</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/05/19/Abolire-subito-lart25-del-D-Lgs-n-226/2005</link>
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    <pubDate>Tue, 20 May 2008 12:26:00 +02:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Nel 2005 con la riforma Moratti, il governo italiano&lt;strong&gt; aveva previsto che il monte ore riservato nelle scuole per la seconda lingua comunitaria potesse essere completamente utilizzato per approfondire l'inglese&lt;/strong&gt;, prima lingua straniera obbligatoria per tutti (articolo 25 del D. Lgs n. 226/2005). Di fatto, l'insegnamento della seconda Lingua Comunitaria (francese/tedesco/spagnolo) uscirebbe dall'area delle materie obbligatorie e passerebbe nell'area opzionale, l'anticamera della scomparsa dai banchi di scuola. Si veda a questo proposito il grido d'allarme dell'&lt;a href=&quot;http://www.anils.it/&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Associazione nazionale Insegnanti di lingue straniere&lt;/a&gt; (ANILS).
&lt;br /&gt;
Si tratta di una disposizione normativa sciagurata, fatta in spregio ai principi che reggono il multilinguismo europeo a cui il governo italiano ha tuttavia sempre aderito. Al di là del fatto che tale disposizione va conto lo spirito della costruzione europea (basti citare il recente rapporto Maalouf &lt;em&gt;&lt;a href=&quot;http://ec.europa.eu/education/policies/lang/doc/maalouf/report_it.pdf&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Una sfida salutare&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;), è ormai accertato che &lt;strong&gt;sviluppare competenze multilingui è la chiave del domani nell'economia e nella cultura&lt;/strong&gt;. Per esempio, il maggiore mercato di riferimento estero dell’Italia è l’Unione europea e che all’interno di questo mercato il 3 paesi che importano maggiormente prodotti italiani sono la Germania, la Francia e la Spagna. &lt;strong&gt;È una pura follia sacrificare la seconda lingua comunitaria sull'altare del mito della lingua unica.&lt;/strong&gt;
&lt;br /&gt;
L'applicazione dell'articolo fu sospesa per un anno e poi &lt;em&gt;sine die&lt;/em&gt;, ma oggi vi è il concreto rischio che esso venga definitivamente attivato dal nuovo governo. &lt;strong&gt;Vi invito quindi a firmare la petizione proposta dagli insegnanti di lingua straniera italiani&lt;/strong&gt;: &quot;&lt;a href=&quot;http://www.ipetitions.com/petition/articolo25/index.html&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Abrogazione dell’art.25: salviamo le lingue straniere nella scuola italiana!&lt;/a&gt;&quot;.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
          <comments>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/05/19/Abolire-subito-lart25-del-D-Lgs-n-226/2005#comment-form</comments>
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    <title>TV pubblica e sottotitoli</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/04/10/TV-pubblica-e-sottotitoli</link>
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    <pubDate>Thu, 10 Apr 2008 12:06:00 +02:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=197&amp;amp;ID_articolo=452&amp;amp;ID_sezione=&amp;amp;sezione=In%20diretta%20da%20Bruxelles&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;La Stampa&lt;/a&gt; di oggi riporta la notizia di un'iniziativa del Parlamento europeo che chiede alla Commissione di presentare una &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://www.europarl.europa.eu/news/expert/infopress_page/008-26190-100-04-15-901-20080408IPR26039-09-04-2008-2008-false/default_it.htm#&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;proposta che imponga alle emittenti l'obbligo di sottotitolare tutti i programmi&lt;/a&gt;,&lt;/strong&gt; perché esso garantisce il pieno accesso all'informazione anche a chi ha problemi di udito e favorisce l'apprendimento delle lingue.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Può trattarsi di una iniziativa interessante, ma sotto certi aspetti insidiosa. Di nuovo, è la questione della lingua che si impone. Leggiamo le parole dell'articolo de La Stampa:&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;&lt;em&gt;Sottotitoli obbligatori su tutte le reti televisive pubbliche d'Europa. E' quanto chiedono i 427 eurodeputati che hanno sottoscritto una dichiarazione con l'obiettivo di sollecitare la Commissione europea a mettere a punto una proposta legislativa che obblighi le emittenti d'Europa a sottotitolare tutti i programmi. &lt;strong&gt;Così come la britannica Bbc,  che dall'inizio di aprile sottotitola il 100 per cento delle sue trasmissioni&lt;/strong&gt; &lt;a href=&quot;http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/04/10/...&quot; title=&quot;...&quot;&gt;...&lt;/a&gt;. Gli eurodeputati sottolineano l'importanza dei sottotitoli anche nell'apprendimento delle lingue straniere, &lt;strong&gt;un terreno nel quale l'Italia ha particolare bisogno di migliorarsi&lt;/strong&gt;, se si considera che il 33,8% dei cittadini non parla nemmeno una lingua straniera.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Di nuovo si confondono le cose: si pone come paragone la blasonata BBC che sottotitola tutti i programmi (che sono per la quasi totalità in inglese, quindi si tratta solo di offrire effettivamente un servizio ai sordi), ma  poi si introduce l'idea che i sottotitoli servono a imparare le lingue. Ecco apparire il solito &lt;strong&gt;trucco retorico&lt;/strong&gt;: si dice &quot;siamo in ritardo! Dobbiamo offrire maggiori sottotitoli perché gli altri già lo fanno.&quot; Ma è evidente che in tutti i paesi europei, tranne Regno Unito e Irlanda, la questione dei sordi è un pretesto: &lt;strong&gt;la vera posta in gioco è linguistica, ovvero favorire la presenza dell'inglese nei teleschermi in tutta l'Unione europea&lt;/strong&gt;. Perché sarebbe questo l'esito di questa politica (caldeggiata da alcuni esponenti intellettuali che sostengono che il doppiaggio va abolito non certo per i sordi ma per inculcare fin dalla tenera età l'inglese a tutti i bambini e ragazzi europei). Non vi sarebbe altro esito possibile, visto che già oggi il &lt;a href=&quot;http://www.obs.coe.int/oea_publ/market/focus.html&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;64% dei film nell'Unione europea sono di produzione americana&lt;/a&gt;. Se si sommano le produzioni britanniche e alcune produzioni internazionali, la quota diventa ancora maggiore.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Ritengo che imparare le lingue (al plurale) sia certamente importante, ed è vero che la TV aiuta. &lt;strong&gt;Ma allora per imparare meglio lo spagnolo, l’inglese o il finlandese, guardiamo allora la TV spagnola, britannica o finlandese. Col digitale terrestre, le parabole e internet si può, e costa poco. Se poi tutte queste reti offrono sottotitoli nella loro lingua, avremo un servizio eccezionale per l'apprendimento, ovvero leggere e ascoltare direttamente l'originale. Non c’è nessun bisogno di anglofonizzare le TV pubbliche e private di tutta Europa&lt;/strong&gt;. Perché, ripeto, questo sarebbe l’esito dell’abolizione del doppiaggio, dato che la grandissima maggioranza dei film che sono trasmessi sono in inglese. In una certa misura il doppiaggio può anche essere visto come &lt;strong&gt;democratico&lt;/strong&gt;. Senza di esso la gran parte della popolazione sarebbe &lt;strong&gt;esclusa&lt;/strong&gt; dal godere dei programmi.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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      </item>
    
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    <title>Perché Orban deve tenere duro</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/02/07/Perche-Orban-deve-tenere-duro</link>
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    <pubDate>Wed, 27 Feb 2008 15:43:00 +01:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Noi europei forse non ce ne rendiamo conto, ma il mondo ci guarda. Mentre nei vari paesi d'Europa si fa un gran parlare di inserire più inglese nelle scuole, nelle università e nel mondo del lavoro &quot;per essere competitivi nel mercato globale&quot;, negli paesi anglofoni invece guardano con interesse (e preoccupazione) proprio al multilinguismo europeo. Perché? Perché si rendono conto che l'egemonia della loro lingua potrebbe essere un boomerang qualora gli europei continuassero ad appoggiare una forte politica multilingue che doti ogni cittadino europeo della conoscenza di 2 o anche 3 lingue straniere.
Il &lt;a href=&quot;http://ec.europa.eu/education/policies/lang/doc/maalouf/report_it.pdf&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Rapporto Maalouf&lt;/a&gt; su multilinguismo e dialogo interculturale, ha avuto eco anche in Australia, dove iniziano ad interrogarsi  sulla necessità di cambiare la politica linguistica in una direzione più multilingue. In Gran Bretagna, il Times, &lt;a href=&quot;http://www.timesonline.co.uk/tol/comment/letters/article3284695.ece&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;pubblica un articolo &lt;/a&gt;, in cui si denuncia la decisione del governo britannico di tagliare le lingue straniere dalla scuola dell'obbligo. Presto, si paventa, la Gran Bretagna avrà difficoltà a trovare traduttori. Perfino negli Stati Uniti la questione della diversità linguistica sta guadagnando spazio, in chiave per ora nazionale, ovvero relativa alla questione della minoranza ispanica. I canditati del partito democratico parlano già di &lt;a href=&quot;http://www.cnn.com/2008/POLITICS/02/21/debate.transcript/index.html&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;politiche multilinguistiche&lt;/a&gt; per evitare la discriminazione linguistica. Forse anche gli americani un giorno &quot;si apriranno al mondo&quot; e inizieranno a imparare le lingue straniere (cosa che alle orecchie di un europeo suona quantomeno singolare, visto che in Europa &quot;aprirsi al mondo&quot; significa quasi esclusivamente imparare l'inglese).
Ecco perché l'Unione europea deve continuare ad appoggiare senza mezzi termini l'apprendimento di più lingue:&lt;/p&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;Si fornisce un esempio agli altri continenti, offrendo un modello ideologico e pratico alternativo di politica linguistica.&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Si crea una generazione di poliglotti che potrebbero avere un vantaggio comparato sui monoglotti anglofoni (a patto che degli spazi di comunicazione multilingue siano garantiti).&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Si sviluppa un'industria e una conoscenza della gestione della diversità linguistica (gli europei sono all'avanguardia in materia di traduzione automatica)&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;Permette di trovare eco e &lt;a href=&quot;http://webworld.unesco.org/imld/&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;sinergie a livello internazionale&lt;/a&gt;, per esempio a livello di ONU/Unesco.&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;</description>
    
    
    
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    <title>Nuova politica linguistica britannica</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/01/27/Gordon-Brown-annuncia-un-vesto-piano-di-imperialismo-linguistico</link>
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    <pubDate>Sun, 27 Jan 2008 12:18:00 +01:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Il primo ministro britannico ha annunciato il 17 gennaio il lancio di un &lt;a href=&quot;http://www.number10.gov.uk/output/Page14289.asp&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;vastissimo piano per la promozione dell'inglese nel mondo intero&lt;/a&gt;, tramite il British Council, in particolare in Cina e India.
Si legga bene il testo di Brown. Il British Council ormai non promuove più la lingua inglese per avvicinare la Gran Bretagna ad altri paesi (cosa che fanno tutti gli istituti di cultura). Lo fa per offrire a tutti l'accesso alla &quot;lingua comune di scelta&quot; del mondo, affinché nessuno sia &quot;escluso&quot; dalla comunicazione globale. Un cambio di registro notevole. A parte un gigantesco sito web di sostegno all'apprendimento linguistico, il Regno Unito prevede di formare 750.000 insegnanti di inglese nei prossimi 5 anni solo in India.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Secondo Brown, la Gran Bretagna fa questo sforzo per il bene dell'umanità. La cosa curiosa, tuttavia, è che non si capisce questa fretta e questo impegno profuso dalla Gran Bretagna. La diffusione dell'inglese non era un fenomeno &quot;spontaneo&quot;? Perché intervenire allora? Non è forse, lungi da essere una lingua &quot;comune&quot;, l'inglese è anzitutto un grande affare per i paesi dove questa lingua è parlata come lingua materna dalla maggioranza della popolazione?&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Guarda il video su YouTube &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=6gxaN-hagTY&amp;amp;feature=related&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Brown&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Guarda il video su YouTube &lt;a href=&quot;http://www.youtube.com/watch?v=Fat2hgqpims&amp;amp;feature=related&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Direttore British Council&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
          <comments>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/01/27/Gordon-Brown-annuncia-un-vesto-piano-di-imperialismo-linguistico#comment-form</comments>
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    <title>Giustizia linguistica</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/01/22/Giustizia-linguistica</link>
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    <pubDate>Tue, 22 Jan 2008 10:55:00 +01:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;In questo articolo apparso sul Corriere della Sera del 12 Gennaio 2008, fanno infine capolino nel dibattito pubblico italiano le idee di Philippe Van Parijs sulla &lt;strong&gt;giustizia linguistica&lt;/strong&gt;, un argomento che ci sta molto a cuore. Per tutti quelli che conoscono i termini del dibattito scientifico che sta a monte, la nozione non è nuova, né lo sono le conclusioni del filosofo belga (che in larga parte non condivido affatto). Tuttavia, il mio dissenso non riguarda il contenuto dell'articolo apparso sul Corriere, che presenta invece un punto di incontro, cioè quello della &lt;strong&gt;necessità che i paesi non anglofoni trovino un sistema internazionale di redistribuzione di risorse che compensi l'ingiusto trasferimento che i paesi anglofoni ricevono grazie all'egemonia della loro lingua&lt;/strong&gt;. Si pensi che è stato calcolato che solo a livello europeo &lt;strong&gt;il Regno Unito riceve l'equivalente di &lt;a href=&quot;http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/01/22/cisad.adc.education.fr/hcee/documents/rapport_Grin.pdf&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;17 miliardi di euro all'anno&lt;/a&gt; di trasferimenti dagli altri paesi a causa dell'egemonia dell'inglese&lt;/strong&gt;, tramite diversi canali (corsi estivi di lingua, risparmio sulle traduzioni, risparmio sull'insegnamento delle lingue straniere nelle scuole, ecc.). A mio avviso, ci sono due passi da fare nell'immediato per porre rimedio a questa ingiustizia :&lt;/p&gt;
&lt;ol&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Diritti di autore e proprietà intellettuale&lt;/strong&gt;. I paesi non di lingua inglese come compensazione per i costi di apprendimento dell'inglese (costi che i paesi anglofoni non hanno) devono avere il diritto di accedere alla proprietà intellettuale in lingua inglese a un prezzo più basso dei paesi di lingua inglese&lt;/li&gt;
&lt;li&gt;&lt;strong&gt;Annullare l'anacronistica &quot;Correzione britannica&quot;&lt;/strong&gt;, ovvero lo storno contabile voluto dalla Thatcher nel 1984, per compensare, parzialmente, gli elevati saldi negativi che il Regno Unito registrava nei suoi flussi finanziari con la Comunità europea. Questo assurdo privilegio inglese costa alle casse dell'Unione 5,1 miliardi di euro all'anno. Quei fondi potrebbero essere investiti in misure che compensano l'egemonia linguistica, per esempio, per potenziare il multilinguismo comunitario (che costa meno di un quindo della correzione britannica), o per finanziare agenzie europee di revisione linguistica gratuita per gli scienziati non madrelingua inglese che pubblicano su riviste in inglese.&lt;/li&gt;
&lt;/ol&gt;


&lt;p&gt;Ecco l'articolo&lt;/p&gt;



&lt;p&gt;&lt;ins&gt;&lt;em&gt;LINGUE E PARI OPPORTUNITÀ  - Come riequilibrare i vantaggi degli anglofoni, di Maurizio Ferrera (Dal Corriere della Sera, 12/1/2008)&lt;/em&gt;&lt;/ins&gt;&lt;/p&gt;



&lt;p&gt;&lt;em&gt;Nel mondo attuale si parlano quasi 7000 lingue (di cui 500 circa in via di estinzione). Il cinese mandarino è l'idioma più parlato, ma come tutti sanno l'inglese si è ormai affermato come lingua dominante della comunicazione globale. Gli anglofoni madrelingua sono quasi 350 milioni, concentrati in Nord America, nelle isole britanniche e in Oceania. Ma nei cinque continenti vi sono almeno altri 400 milioni di persone che parlano l'inglese come seconda lingua. Ogni epoca ha avuto un idioma privilegiato. Nel passato l'uso e l'apprendimento della «lingua franca» riguardava però solo ristrette cerchie di élite (diplomatici, intellettuali, commercianti) mentre ora il fenomeno riguarda le masse.&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;L'inglese ha conquistato il predominio assoluto nel nuovo grande mezzo di interconnessione planetaria: Internet. È probabile che non si tratti solo di un'egemonia temporanea (come è stato per il francese o per il latino in altre epoche storiche) ma del primo passo verso un'irreversibile «anglofonizzazione» di tutto il globo. L'affermazione di una lingua franca di massa pone problemi inediti non solo di ordine pratico, ma anche etico. &lt;strong&gt;Chi non è di madrelingua inglese deve fare grossi sforzi per impararlo, sottraendo tempo e denaro ad altre attività. E anche quando diventano fluenti, i non madrelingua si trovano comunque a fare i conti con un handicap comunicativo rispetto ai madrelingua. Per alcuni popoli (pensiamo soprattutto ai francesi) l'egemonia dell'inglese solleva inoltre delicate questioni di dignità e orgoglio nazionale: la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, ma anche l'espressione di una determinata cultura, nel senso più ampio del termine. E l'anglofonizzazione rischia di portare con sé una vera e propria anglicizzazione culturale.&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;Da qualche tempo questi nuovi dilemmi di &lt;strong&gt;«giustizia linguistica»&lt;/strong&gt; sono oggetto di un interessante dibattito tra filosofi ed economisti. La diffusione di una lingua franca va considerata come un bene pubblico che avvantaggia tutti. &lt;strong&gt;Gli anglofoni madrelingua ne traggono molti benefici ma non partecipano ai suoi costi. Essi possono parlare con il mondo (fare affari, diffondere le proprie idee, godersi una vacanza esotica) senza sottoporsi alla fatica di apprendere la lingua franca.&lt;/strong&gt; Alcuni ricercatori francesi hanno stimato che padroneggiare l'inglese può richiedere fino a 10.000 ore di «fatica»: un bel risparmio di tempo per i madrelingua. Per finanziare i costi di apprendimento dell'inglese il governo di Parigi è costretto a spendere 100 euro pro capite all'anno più di quanto non debba spendere il governo di Londra per finanziare corsi di lingue diverse dall'inglese.&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;Se le cose stanno così, non sarebbe giusto chiedere agli anglofoni «nativi» di contribuire in qualche modo alla produzione di questo bene pubblico? Il filosofo belga Philippe Van Parijs ha recentemente suggerito alcune possibili strategie per realizzare una maggiore equità linguistica a livello globale.&lt;strong&gt;La strategia più ovvia è quella di imporre una «tassa» ai madrelingua, da versare in una sorta di cassa comune per sussidiare almeno parzialmente i costi di apprendimento dei non madrelingua.&lt;/strong&gt; La determinazione esatta del contributo e dei sussidi è però questione delicata. Imparare l'inglese consente a un francese di comunicare con un americano, ma anche con un giapponese o un russo che parlano anch'essi la lingua franca: non sarebbe giusto chiedere ai madrelingua di finanziare questa fetta del «bene pubblico», che riguarda i rapporti comunicativi fra popoli non anglofoni.&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;Inoltre l'apprendimento dell'inglese è più difficile per un cinese che per un francese (o in generale per un parlante di lingue indo-europee): dunque i cinesi dovrebbero ricevere un sussidio maggiore. Il ragionamento di Van Parijs è sottile e sofisticato. Tenendo conto di tutte le possibili correzioni, questo studioso azzarda una stima quantitativa per due paesi come Gran Bretagna e Francia: il contributo «equo» che il primo paese dovrebbe versare alla cassa comune è di 500 euro pro capite all'anno, mentre la Francia dovrebbe ricevere un sussidio di 25 euro pro capite.&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;Le probabilità che i governi dei paesi anglofoni accettino proposte come queste sono ovviamente bassissime. Van Parijs raccomanda però che il problema venga almeno sollevato nei vari «fori» di negoziato internazionale. Negli anni Ottanta Margaret Thatcher bloccò a lungo le decisioni della Comunità europea perché il Regno Unito pagava più di quanto riceveva da Bruxelles.&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;Forse gli altri leader europei avrebbero potuto ricordare alla Lady di ferro (e a Blair, il quale rinegoziò l'accordo nel 2005) che il Regno Unito trae un beneficio «linguistico» molto più elevato, anche sul piano finanziario, del suo saldo negativo verso il bilancio comunitario. Qualche commentatore britannico ha fatto osservare che l'adozione dell'inglese come lingua franca espone gli anglofoni anche a qualche svantaggio: ad esempio al rischio di essere «spiati» da chi intercetta le loro comunicazioni o «sfruttati» da chi fruisce gratuitamente di contenuti su Internet in inglese, magari violando le norme sul copyright.&lt;/em&gt;
&lt;em&gt;Questa obiezione ha fornito a Van Parijs lo spunto per una nuova proposta, forse più praticabile. &lt;strong&gt;I non madrelingua potrebbero essere compensati con norme sui diritti di proprietà intellettuale che prevedano sanzioni differenziate:&lt;/strong&gt; alte e stringenti per gli anglofoni «nativi», basse e lasche per i non madrelingua, i quali potrebbero così più facilmente attingere alla ricca produzione intellettuale degli anglofoni.&lt;/em&gt; &lt;em&gt;Una sorta di esproprio legale? In parte sì, ma giustificato. Per usare l'efficace metafora di Van Parijs: se quando c' è una riunione bisogna sempre andare a casa del la stessa persona, è giusto che quella persona contribuisca ai costi di viaggio degli altri. Se non vuole contribuire, che almeno offra la cena. Se si rifiuta di offrirla, a questo punto gli altri hanno il diritto di servirsi dal suo frigorifero, anche senza permesso.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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    <title>Il Ministero dell'Università vuole imporre l'inglese ai dottorandi</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2008/01/16/Il-Ministero-dellUniversita-impone-linglese-ai-dottorandi</link>
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    <pubDate>Wed, 16 Jan 2008 12:05:00 +01:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Ecco l'ultimo documento adottato dal Ministero dell'Università italiano il 15 novembre scorso. Si tratta dello &quot;Schema di regolamento recante criteri generali per disciplina del dottorato di ricerca”, che può scaricare dal &lt;a href=&quot;http://www.miur.it/DefaultDesktop.aspx?doc=791&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;sito del MIUR&lt;/a&gt;, insieme a una nota esplicativa. Il Ministro lo ha presentato Consiglio Universitario Nazionale (CUN) e adesso deve essere dibattuto.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;All'articolo 5, comma g, si dice
&lt;strong&gt;&quot;(Le università definiscono con propri regolamenti la disciplina delle scuole dei corsi di dottorato, prevedendo obbligatoriamente) la composizione della commissione esaminatrice per l’ammissione e la valutazione dei titoli, del curriculum, di un progetto di ricerca, della conoscenza delle lingue straniere e comunque dell’inglese&quot;.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;La portata di questo articolo è importante. L’inglese adesso vuole essere “imposto” dal Ministero a tutti i dottorandi, esso vuole diventare criterio discriminante su chi ha il diritto o no di fare scienza e ricerca, su chi può o meno iniziare la carriera accademica, a prescindere dalla disciplina scelta, sia essa fisica o storia del medioevo, a prescindere dalle competenze in altre lingue del candidato, viste come accessorie e quindi non necessarie. &lt;strong&gt;Perché questa scelta?&lt;/strong&gt; Perché non lasciare alle singole università la selezione dei criteri? È paradossale poi notare che la conoscenza dell’italiano non è nemmeno dichiarata come indispensabile, dato che non è prevista nessuna norma a riguardo nel documento in questione, con l’esito paradossale che, a parità di altre condizioni, uno studente britannico &lt;em&gt;ipso facto&lt;/em&gt; soddisfa tutti i criteri per accedere ai dottorati italiani, mentre un italiano che non sa l’inglese no.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;L’inglese quindi come lingua “obbligatoria” della comunicazione culturale e della ricerca, come dice Luciana Piré sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 10/1/2008. “Obbligatoria” si vuole per regolamento. Un processo che rischia di spingere ancora di più sull’inglese nella formazione universitaria e sul liceo. Le famiglie e i ragazzi si diranno: “ma allora, se per fare il dottorato &lt;em&gt;sono obbligato&lt;/em&gt; a sapere l’inglese, tanto vale studiare direttamente in inglese all’università”, e ancora “se per fare l’università &lt;em&gt;devo comunque&lt;/em&gt; sapere l’inglese, tanto vale studiare direttamente in inglese il più possibile anche al liceo”, e così via. Un processo su cui riflettere.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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  <item>
    <title>Prima le conclusioni, poi i dati</title>
    <link>http://lepolitichelinguistiche.cafebabel.com/it/post/2007/11/13/I-dati-a-sostegno-delloligarchia-linguistica</link>
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    <pubDate>Sun, 13 Jan 2008 21:49:00 +01:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici,&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;forse la notizia è passata inosservata, ma è invece succulenta. In aprile la Commissione europea &lt;em&gt;&quot;ha adottato una comunicazione nella quale presenta un'indagine destinata a misurare le competenze degli studenti dell'UE nella prima e nella seconda lingua straniera apprese a scuola&quot;.&lt;/em&gt; Potete leggere il &lt;a href=&quot;http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/07/496&amp;amp;format=HTML&amp;amp;aged=0&amp;amp;language=IT&amp;amp;guiLanguage=en&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;comunicato qui.&lt;/a&gt;
L'obiettivo dell'indagine sulle competenze linguistiche fatta nella maggior parte dei paesi membri è di valutare &lt;em&gt;&quot;le conoscenze degli studenti al termine della scuola dell'obbligo. Nel primo ciclo di test, che dovrebbe svolgersi nel 2009, saranno misurate tre competenze (comprensione scritta, comprensione orale ed espressione scritta) &lt;strong&gt;nelle due lingue maggiormente insegnate in ciascuno Stato membro&lt;/strong&gt;, scelte fra le cinque lingue ufficiali complessivamente più insegnate a livello comunitario, ossia inglese, francese, tedesco, spagnolo e italiano&quot;.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Per gli economisti delle lingue è un'occasione ghiottissima: nel 2009 si potrà usufruire di una banca dati fresca per divertirsi a fare calcoli e stime. &lt;strong&gt;Ma c'è un trucco.&lt;/strong&gt; Leggete bene: i dati verranno raccolti solo per le &quot;&lt;strong&gt;due&lt;/strong&gt; lingue maggiormente insegnate in ciascuno Stato membro&quot;. Cosa significa questo? Non sarà che lo scopo dell'inchiesta è di fornire un supporto per la politica linguistica implicita della Commissione, ovvero promuovere l'oligarchia inglese-francese-tedesco? Notate, lapsus, che nella comunicazione le lingue sono messe proprio in quest'ordine, non in ordine alfabetico.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Basta infatti dare un'occhiata ai dati &lt;a href=&quot;http://www.eurydice.org/portal/page/portal/Eurydice&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Eurydice&lt;/a&gt; per rendersi conto che inglese, francese e tedesco sono &lt;em&gt;già&lt;/em&gt; le tre lingue più insegnate nella maggioranza  dei casi (con l'eccezione importante della Francia, se non sbaglio, dove lo spagnolo è secondo). Limitare la raccolta dati alle prime due lingue fra le 5 menzionate, quindi, significa di fatto raccogliere dati solo per inglese, francese e tedesco. &lt;strong&gt;Quale sostegno empirico migliore per sostenere la tesi che il modello dell'oligarchia linguistica è la politica linguistica più in linea con le &quot;reali&quot; competenze dei giovani cittadini europei?&lt;/strong&gt; Che sia uno di quei casi in cui le indagini sono state concepite e condotte per trovare i dati necessari a giustificare politiche già pianificate prima che la raccolta dei dati avvenga? Vi sono dei paesi dove il russo o l'olandese sono lingue straniere importanti nell'insegnamento, ma essi per l'appunto sono esclusi dalla lista delle 5 lingue... Nella nota a piè di pagina, per fortuna, si dice: &lt;em&gt;&quot;Lo strumento di valutazione sarà messo a disposizione di tutti i paesi che desiderino misurare le competenze linguistiche in lingue diverse dalle cinque menzionate&quot;.&lt;/em&gt; Ma perché metterlo a piè di pagina? Perché non rendere obbligatoria in ogni caso la raccolta dati per tutte le lingue? Sarebbe una base dati più completa. È una cosa importante. Che dire se si scoprisse, ad esempio, che i bulgari che imparano il russo hanno in media risultati molto più alti di quelli che imparano il tedesco?&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Vi è poi un secondo punto che va considerato. Le lingue straniere sono generalmente insegnate in modo sfasato, per peridi di tempo diversi. E poiché la lingua straniera insegnata per &lt;em&gt;prima&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;più a lungo&lt;/em&gt; è spesso l'inglese, non ci stupiremo di constatare che la competenza media in questa lingua sarà più alta delle altre. L'obiettivo della Commissione (lingua madre + 2) non è ancora la prassi, dato che, cito a memoria, gli stati dell'Unione insegnano in media 1,4 lingue straniere. Si tratta quindi di un obiettivo di lungo termine. Qui sta un potenziale effetto boomerang che la Commissione sottovaluta: se i dati non vengono ponderati per il numero di anni d'insegnamento, gli apostoli dell'anglofonia faranno di tutto per leggerci un bilinguismo di fatto (o quantomeno tendenziale) delle giovani generazioni di europei, e predicheranno a maggior ragione l'inutilità del multilinguismo.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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      </item>
    
  <item>
    <title>Il Politecnico di Torino impone l'inglese e tassa l'italiano</title>
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    <pubDate>Mon, 12 Nov 2007 13:01:00 +01:00</pubDate>
    <dc:creator>Lepolitichelinguistiche</dc:creator>
            
    <description>    &lt;p&gt;Cari amici&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Stando a questo articolo apparso a giugno sul &lt;a href=&quot;http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200706articoli/3696girata.asp&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;La Stampa&lt;/a&gt; e a questo articolo apparso sul &lt;a href=&quot;http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=11607&amp;amp;sez=HOME_SCUOLA&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Messaggero.it&lt;/a&gt;, quello che accade al &lt;a href=&quot;http://www.polito.it&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Politecnico di Torino&lt;/a&gt; ha dello scandaloso. Il Politecnico da quest’anno ha attivato delle lauree di primo livello tenute &lt;strong&gt;interamente&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;esclusivamente&lt;/strong&gt; in &lt;strong&gt;lingua inglese&lt;/strong&gt; sopprimendo alcune lauree in lingua italiana. Il corso in inglese di ingegneria tessile nella sede di Biella è stata creato sostituendo e sopprimendo il precedente percorso di laurea in italiano (così nel &lt;a href=&quot;http://didattica.polito.it/pls/portal30/gap.a_mds.espandi?p_a_acc=2007&amp;amp;p_sdu=32&amp;amp;p_cds=841&amp;amp;p_header=&amp;amp;p_lang=it&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;2006/07&lt;/a&gt;, così nel &lt;a href=&quot;http://didattica.polito.it/pls/portal30/gap.a_mds.espandi?p_a_acc=2008&amp;amp;p_lang=IT&amp;amp;p_id_cdl=1618&amp;amp;p_sdu=32&amp;amp;p_cds=235&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;2007/08&lt;/a&gt;). Nella sede di &lt;a href=&quot;http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.offerta_formativa.corsi?p_sdu_cds=34:306&amp;amp;p_a_acc=2008&amp;amp;p_header=N&amp;amp;p_lang=IT&amp;amp;p_tipo_cds=1&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Vercelli&lt;/a&gt;, invece, i percorsi in ingegneria elettronica e informatica sono stati fusi in un unico percorso interamente e esclusivamente in lingua inglese, tranne per il primo anno durante il quale è ammesso seguire i corsi in lingua italiana. A partire dal secondo anno, tuttavia, l’uso della lingua inglese è esclusivo. Questo già sarebbe sufficiente per gridare allo scandalo. Ma c'è di più. Per queste due lauree e anche per i vari percorsi di laurea di primo livello impartiti a scelta per il primo anno in inglese o in italiano a Torino, &quot;&lt;strong&gt;il Politecnico intende incentivare gli studenti italiani che sceglieranno di frequentare corsi della laurea triennale offerti parzialmente o totalmente in lingua inglese non prevedendo per essi il pagamento delle tasse per il primo anno&lt;/strong&gt;&quot; (1500 euro). Quindi &lt;em&gt;le matricole italiane che sceglieranno i corsi di laurea in inglese non pagheranno le tasse universitarie, mentre coloro che vogliono laurearsi in italiano pagheranno per intero le tasse&lt;/em&gt;. Tutto questo trova conferma nella &lt;a href=&quot;http://orienta.polito.it/pdf/imma_xinternet.pdf&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;guida allo studente del Politecnico&lt;/a&gt; - in particolare pagina 4, da cui è tratta la citazione sopra, e alle pagine 18 e 31 in basso.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Sono necessarie quindi alcune considerazioni:&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;1. L’esperimento del Politecnico di Torino di non far pagare le tasse per le matricole italiane che scelgono i corsi in inglese è una &lt;strong&gt;pura discriminazione linguistica&lt;/strong&gt;, assolutamente ingiustificata. E questo per due motivi. Primo: per quale motivo uno deve essere tassato se vuole studiare in italiano mentre uno che studia in inglese no? Questa è un'umiliazione! Rendiamoci conto che i genitori degli studenti che parlano solo italiano (o magari anche tedesco e russo, ma non l'inglese) devono pagare le tasse per due, ovvero anche per quelli che studiano in inglese e non le pagano. È giusto? Secondo: si tratta di un'aperta violazione del diritto comunitario. I cittadini europei devono essere trattati da uguali. Se non si fanno pagare le tasse agli italiani che scelgono i corsi  in inglese (cosa vergognosa), neppure gli studenti comunitari le dovrebbero pagare. La Corte di giustizia europea dichiarerebbe illegale il provvedimento del Politecnico per entrambi i motivi.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;In generale, è il processo stesso di internazionalizzazione, rispetto al quale, a certe condizioni, sono favorevole, che è stato condotto in modo sbagliato. Il processo di armonizzazione fra sistemi universitari europei, detto &quot;&lt;a href=&quot;http://ec.europa.eu/education/policies/educ/bologna/bologna_en.html&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;riforma di Bologna&lt;/a&gt;&quot;, non ha assolutamente preso in considerazione la dimensione linguistica e questo sta di fatto favorendo e accelerando un insieme contraddittorio di politiche linguistiche, fra cui quella assurda adottata dal Politecnico di Torino.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Analizziamo alcuni aspetti:&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;2. &lt;strong&gt;Meno libertà di scelta&lt;/strong&gt;. Questa internazionalizzazione è in realtà un’anglofonizzazione graduale a senso unico che impoverisce linguisticamente il sistema universitario nel suo complesso: prima si studiava in italiano e si imparava la terminologia in inglese. Oggi si studia direttamente in inglese senza imparare la terminologia italiana (come a &lt;a href=&quot;http://didattica.polito.it/pls/portal30/sviluppo.offerta_formativa.corsi?p_sdu_cds=32:841&amp;amp;p_lang=EN&amp;amp;p_tipo_cds=1&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Biella&lt;/a&gt;). Un sano processo di internazionalizzazione dovrebbe &lt;strong&gt;aumentare&lt;/strong&gt; e non &lt;strong&gt;diminuire&lt;/strong&gt; la diversità linguistica e la libertà di scelta. Contrariamente a quanto sostiene Alessia Manfredi su &lt;a href=&quot;http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/universita-inglese/universita-inglese/universita-inglese.html&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;Repubblica&lt;/a&gt;, l'internazionalizzazione delle università italiane, per come sta avvenendo, può finire per limitare la libertà di scelta, perché sopprime i percorsi in italiano e li sostituisce con quelli in inglese (questo è vero in particolar modo per le lauree specialistiche). Così mentre prima un ragazzo europeo poteva scegliere se studiare in italiano (per esempio, a Biella) o in inglese (per esempio, a Dublino), oggi è sempre più &lt;em&gt;costretto&lt;/em&gt; a studiare solo in inglese ovunque egli sia. La politica di &quot;anglofonizzazione&quot; di Biella e Vercelli peraltro desta ancora più perplessità dato che il Politecnico stesso prevede anche degli interessantissimi programmi congiunti, fra gli altri, con Barcellona, Parigi e Athlone (Irlanda), dove si insegna &lt;em&gt;sia&lt;/em&gt; in italiano &lt;em&gt;sia&lt;/em&gt; in spagnolo (o francese o inglese). Questi sono programmi transnazionali che sono certamente da approvare. Perché allora non pigiare l'acceleratore su questi programmi plurilingui invece di impoverire il sistema con percorsi solo in inglese?&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;3. &lt;strong&gt;Disagi nel mondo del lavoro.&lt;/strong&gt; Di solito si dice che impartire i programmi in inglese mette i ragazzi in grado di abituarsi ad un sistema competitivo che rende gli studenti da subito in grado di essere spendibili in un ambiente di lavoro plurilingue. Ma, per come stanno andando le cose, spesso è esattamente il contrario. La politica linguistica di anglofonizzazione prepara a lavorare in un ambiente monolingue, non plurilingue. Si consideri che gli ingegneri italiani che studieranno &lt;em&gt;solo&lt;/em&gt; in inglese a fine percorso non avranno le competenze linguistiche tecniche per lavorare sul territorio italiano, per parlare e farsi capire dai periti tecnici, dagli assessori e dai comuni cittadini e dagli operai albanesi e rumeni, e che quindi si subiranno dei disagi nel mondo del lavoro nazionale.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;4. &lt;strong&gt;Un'ingiustizia sociale&lt;/strong&gt;. Che ne è poi di quelli che non possono più scegliere di laurearsi in italiano nella facoltà scelta? Per un indiano e un cinese che vengono (che sono e saranno presumibilmente molto pochi in percentuale), ci sono centinaia di studenti italiani &lt;strong&gt;esclusi&lt;/strong&gt;, costretti a studiare in una lingua che non è la loro magari fin dalla triennale, privati del &lt;strong&gt;diritto&lt;/strong&gt; di acquisire conoscenza nella loro lingua nel loro paese, costretti a &lt;strong&gt;spostarsi&lt;/strong&gt; di città per trovare una laurea in italiano, sostenendo dei &lt;strong&gt;costi extra&lt;/strong&gt; derivanti dalle spese di vitto e alloggio. È giusto questo?&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Più in generale, sulla cosiddetta &quot;internazionalizzazione&quot;:&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;5. &lt;strong&gt;Casi paradossali&lt;/strong&gt;. Ci si potrebbe poi porre una domanda: Se l’insegnante è italofono, la grande maggioranza degli studenti anche, ma ci sono due pakistani e un bielorusso, ha veramente senso impartire corsi solo in inglese? Se si vuole tanto avere un pakistano in più, non conviene insegnargli l’italiano? Non sarebbe razionale introdurre almeno delle quote, che ne so, se non ci sono almeno il 50% di studenti stranieri (che non sanno l'italiano) il corso si fa in lingua italiana? Teniamo presente poi che esistono diversi studenti stranieri, croati, sloveni, ecc. che l'italiano lo sanno già perché l'hanno studiato a scuola.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;6. &lt;strong&gt;Un miraggio irrealizzabile&lt;/strong&gt;. Non è pensabile che tutte le università italiane possano diventare come il MIT. Una, forse due, possono essere veramente competitive a livello internazionale. &lt;strong&gt;Ma certamente non tutte&lt;/strong&gt;. La maggior parte delle università continuerà a fornire formazione a un pubblico prevalentemente o esclusivamente italiano. Ma perché allora non prenderne atto e razionalizzare i percorsi in inglese, invece di moltiplicarli senza nessun criterio? Ormai per un'università avere dei corsi in inglese è come la moda di attribuire &lt;em&gt;lauree honoris&lt;/em&gt; causa, cioè solo un mezzo per farsi pubblicità. Forse è questa una delle chiavi per capire il processo in atto.&lt;/p&gt;


&lt;p&gt;Per ora delle iniziative di protesta contro la discriminazione linguistica sono state intraprese dall'associazione &quot;&lt;a href=&quot;http://www.centopercentoitaliano.it/&quot; hreflang=&quot;it&quot;&gt;centopercentoitaliano&lt;/a&gt;&quot;.&lt;/p&gt;</description>
    
    
    
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